venerdì 26 dicembre 2008

Romántico Newman

Pues no, la foto engaña: no es la Nochebuena lo que estoy celebrando. Pero, ya que estamos, deseo, a quien leyere, unas felices fiestas (lo que queda de ellas) y un sereno 2009.

Esa foto fue tomada hace dos meses en Londres, donde pasé unos días trabajando. Hay en Londres, junto a Westminster Cathedral, un pub singular, el Cardinal’s Pub, decorado con fotos... sí, de cardenales: ¿qué pasa, es que no se puede? El actual cardenal de Londres tiene allí también su foto, o sea que supongo que no desaprueba que, en vez de cantantes, sean cardenales católicos los que, con sus solemnes efigies, decoren ese pub.

Nathan, Álvaro y yo nos hicimos una foto delante del cardenal Newman, de quien, mira por dónde, acabo de oír que va a ser beatificado. He pensado que la noticia justificaba dedicarle un post, y ya que tenía la foto...

Como escritor, John Henry Newman fue un pensador profundo y un pastor enardecido. Fue también un polemista brillante en diálogo constructivo con la cultura de su tiempo. Además, y esto seguramente es menos conocido, Newman, el futuro beato Newman, escribió algún tratadillo literario en la línea de Coleridge y los románticos ingleses. Y, en fin, cultivó también la práctica directa de la poesía.

El sueño de Geroncio es su poema más célebre. De esa larga composición, una especie de Balada del viejo marinero con ángeles y cielos en lugar de espectros y mares, existe una traducción reciente de Gabriel Insausti (Encuentro, 2005: edición bilingüe inglés-castellano). Naturalmente, en inglés está también en internet.

El poema trata de la muerte y el comienzo del más allá. Pero, ojo, sólo el comienzo.

Porque, por una parte, Geroncio, al morir, se encuentra con una realidad totalmente nueva:

No se oye ya el correr del propio tiempo
ni mi jadeo o mi esforzado pulso,
ni un momento difiere del siguiente...


Pero, a la vez, Geroncio no está desligado de su condición anterior: aunque no lo siente, se reconoce todavía en un cuerpo; oye la oración fúnebre con que se le despide en la tierra; habla, por analogía, del espacio y del tiempo, aunque entiende que está libre de ellos. Gabriel Insausti, comentando el poema, ha subrayado el interés del romántico Newman por mostrar la continuidad del yo en el paso de la vida a la muerte, frente a otras concepciones más limitadas de la subjetividad a las que, en Inglaterra, el empirismo había dado pábulo. De ahí su escatología apenas incoada.

O sea, El sueño de Geroncio no es La divina comedia: digamos, usando categorías teológicas, que Geroncio es captado en el instante infinitesimal que transcurre entre la muerte y el juicio particular, mientras que Dante, si no me equivoco, visita los escenarios escatológicos después del juicio universal.

Quizá por eso El sueño de Geroncio, con todo su aparato angélico y su reconfortante visión del más allá, me deja algo frío. “Ok, todo eso está muy bien, pero ahí..., ¿dónde está Dios?”, he pensado.

venerdì 19 dicembre 2008

A través de las rejas (cuento de Navidad)

Recortada sobre el cielo en el punto más alto de la ciudad, parece un palacio o un cuartel. Es la cárcel. Porque así como hay ciudades coronadas por una catedral, ésta tiene por remate una prisión, para demostración y ejemplo de justicia: de camino al centro urbano, la gente pasa por delante, atravesando la alameda a la que se asoma la fachada, y sin proponérselo repasa mentalmente su aspecto personal, su historial médico, su conducta reciente, con miedo de descubrir algo censurable.

Una mujer joven y un niño, pobremente ataviados, se han detenido entre dos árboles, frente a un extremo de la fachada. Desde donde están pueden ver, en escorzo, un muro lateral con una fila de ventanas altas, pequeñas, enrejadas. El turista, sentado en un banco, levanta por un momento la mirada del periódico y los observa.

De una reja ha salido la palma de una mano. La mano se agita, y la mujer y el niño sonríen y saludan también, sin ninguna vergüenza, hacia la reja.

Pasa un minuto y la mano se retira de la ventana. El niño y su madre se miran, se sonríen de nuevo y se van cogidos de la mano, en medio de la gente.

El turista sigue sentado. Se mira la mano y lee la letra que componen en ella las arrugas: una M, la M de murderer, asesino. A continuación mira hacia la reja. Le aprieta la garganta, y si no fuera porque es un hombre maduro dejaría correr el llanto.

venerdì 12 dicembre 2008

La bellezza presa a calci

Alessandro Spina è uno scrittore ottantenne con una vita divisa a metà tra l’Italia e la Libia.

Di lui apprezzai, tempo fa, le Nuove storie di ufficiali (Ares, 1994), un piccolo volume che riprendeva il filo di certe Storie di ufficiali pubblicate quasi trent’anni prima da Mondadori.

L’anno scorso Spina ha ricevuto il premio Bagutta per I confini dell’ombra, praticamente una riproposta —con pochi ritocchi— di tutta la sua narrativa di scenario libico: undici pezzi messi insieme (tra cui le Storie e le Nuove storie di ufficiali) e milletrecento pagine fitte fitte che raccontano in figure la vicenda italiana in Libia nelle fasi successive di conquista, colonia e liberazione.

Ho preso con entusiasmo I confini dell’ombra, ma, diciamo la verità, un po’ prima di arrivare alla metà l’ho mollato: proprio dove si innestano le Nuove storie di ufficiali. Che però, rilette poi in quella nuova cornice, mi sono piaciute ancora: le ho trovate più asciutte, più diritte, direi anche più pulsanti di vita, di quegli altri romanzi e racconti che le precedevano.

Secondo me, una carta vincente delle Nuove storie di ufficiali è la presenza esclusiva di personaggi italiani, mescolati invece nei primi romanzi del ciclo libico (Il giovane maronita, Le nozze di Omar, Il visitatore notturno) all’elemento indigeno. Ma sono consapevole che questa è una considerazione molto discutibile. E tra l’altro non vale per le Storie di ufficiali, che per quanto riguarda la stoffa dei personaggi sono molto simili alle Nuove storie.

Comunque sia, il mio è un invito alla lettura non dell’ormai più famoso I confini dell’ombra, ma delle Nuove storie di ufficiali, una silloge di sei racconti i cui protagonisti sono militari italiani di stanza in Libia negli anni 30. Militari spesso determinatissimi —seppure sotto un velo d’ironia e di finto scetticismo il più delle volte— in cui a un certo punto può scattare il dubbio. Come il colonnello Terzi, quell’uomo che confondeva la sua volontà con la legge e che un giorno scopre al suo interno la contraddizione.

Ci sono anche artisti, poeti, intellettuali, in questi racconti: ovviamente l’intellettuale, in un ambiente dominato dai valori castrensi, dalla decisione, dall’inflessibilità, è il “diverso”. Eppure non sarà mai uno di questi personaggi a mandare in crisi i militari. Spesso sarà una donna che si mette di traverso, per esempio una figlia determinata quanto il padre ma in una direzione opposta. Come Elda Terzi, che contro la volontà del padre sposa un artista.

E così l’artista, in queste storie inventate come del resto nella storia reale, è soltanto un pretesto in mano alle parti in campo. Come la palla nel calcio.

La testa presa a calci: questo sarebbe il calcio, secondo un mio amico. L’arte presa a calci, la bellezza presa a calci: questo è, purtroppo, la vita, tante volte. Ce lo racconta, certamente in bellezza, Alessandro Spina.

venerdì 5 dicembre 2008

Il senzatetto della porta accanto

Contadino, calzolaio, spazzino, pescatore, falegname..., e finalmente scrittore. Knut Hamsun ha molte cose in comune con il suo coetaneo Axel Munthe (l’origine scandinava, la longevità quasi centenaria), ma senz’altro quello che li divide è molto di più. Il dottor Munthe ha conosciuto soltanto gli agi dell’esistenza borghese, invece Hamsun (1859-1952) ha dovuto lottare duro per la vita; a momenti anche facendo la fame, quando, senza lavoro e senza casa, si votava tutto alla scrittura per poi non ricavarne un bel niente.

Proprio la fame, sì. Non so fino a che punto Fame (1890), il romanzo con cui finalmente Hamsun ce l’ha fatta, si può ritenere autobiografico, ma mi dicono che certamente ha a che fare con le sue personali esperienze.

Fame, pubblicato in italiano da Adelphi (2002), è una storia di poveri, ma chi si accingesse a leggerla con gli occhiali, per esempio, del romanzo naturalista resterebbe subito confuso. Diciamo tutto: in realtà, Fame non è una storia di poveri, è la storia di un povero. Perché è la condizione personale del protagonista, un eroe solitario, non quella della sua classe, o della società nel suo insieme, ciò che Hamsun prende in considerazione.

Questo primo piano sull’individuo fa diventare l’esperienza della fame qualcosa di estremamente concreto. E così apprendiamo, per esempio, che la fame a un certo punto ti fa uscire di senno e ti costringe a mangiare la segatura, oppure a strapparti la tasca della giacca per farne un boccone, anche se nelle strade di Cristiania (l’attuale Oslo) i negozi di alimentari non mancano.

Come il santo bevitore di Joseph Roth, l’aspirante scrittore di Hamsun è un senzatetto che nulla chiede a nessuno e che si sa nelle mani di Dio: forse a un certo punto si ritiene dimenticato da Dio, è vero, ma sa benissimo che allora a niente serve cercare appigli altrove.

Penso subito a don Mario Picchi, un sacerdote che ho conosciuto anni fa e che promuove a Roma tanti programmi per persone disagiate, dai tossicodipendenti ai senzatetto. Che Dio non si dimentica mai di queste persone è una verità che trova in lui il tagliando dei fatti.

Chi, come me, può fare tranquillamente tre pasti al giorno... e non è don Mario Picchi, forse dovrebbe cominciare per leggere questo libro. Un libro di fame vissuta che magari ci suggerirà di guardare in modo diverso a chi di notte, tornando a casa, troviamo disteso sul marciapiede sotto una coperta sporca.

venerdì 28 novembre 2008

Il dottore della porta accanto

Non so se sarei riuscito a fare amicizia con Axel Munthe. Mi pongo il problema perché ho saputo che, in alcuni dei suoi soggiorni a Roma, l’originale medico svedese ha preso alloggio in una casa molto vicina alla mia attuale dimora, quasi la casa della porta accanto. Certo, la differenza di età tra lui ed io è di più di un secolo, per cui immaginare un ipotetico rapporto, o anche un semplice incontro per strada, è soltanto un esercizio di fantasia.

Senz’altro alcune sue idee non mi trovano d’accordo: per esempio, sul diritto al suicidio o sull’inferiorità della donna. Ma poi un conto sono le idee e un altro, molto più importante, i fatti. Lui dice di essere pentito di aver lavato lo stomaco a una prostituta disperata che aveva tentato il suicidio, ma il fatto sta che l’ha salvata. E delle donne dice genericamente quello che dice, ma i grandi stupidi di cui ha da raccontare La storia di San Michele, il suo famoso libro, sono uomini, non donne.

Ricordo che, di questo libro, una zia da cui quando ero piccolo andavo spesso, una zia ormai defunta, aveva una copia in spagnolo molto vecchia, degli anni 50 se non di prima, con qualche fotografia: dell’autore, per esempio, e anche di Capri, dove Munthe ha costruito la Villa San Michele. Poi però il libro l’ho letto in italiano, molto più tardi (quest’estate), in un’edizione vecchia ma non tanto (Garzanti, 1981).

In parte autobiografia e in parte favola, con invitati speciali quali la morte, il demonio e sant’Antonio (il patrono di Anacapri), La storia di San Michele (1929) è ancora oggi una lettura gustosa. L’episodio dell’accompagnatore di salme, per esempio, è un modello di come raccontare in comico la biblica esperienza del mondo come vanitas vanitatis. È invece straziante il capitolo sull’epidemia di colera di Napoli, che si conclude con alcune considerazioni, sicuramente discutibili ma anche brillanti, sui meccanismi occulti di compensazione tra le forze della vita e della morte. Mi ha toccato pure la storia del milionario di Pittsburgh e il figlio malato di difterite: è una di quelle storie in cui la donna (la moglie del milionario, in questo caso) batte l’uomo per intelligenza e, soprattutto, per amore.

Recentemente è stata pubblicata una biografia di Axel Munthe, a quanto pare molto completa. Non vedo l’ora di leggerla: questa prima conoscenza del personaggio mi ha lasciato incuriosito.

venerdì 21 novembre 2008

Mi escritora preferida

¿Por qué Katherine Mansfield?, me pregunto a mí mismo. No es una pregunta fácil, pero la nueva edición española de su Diario (Lumen, 2008) me anima a intentar una respuesta.

Cuando Katherine Mansfield murió (1923), sus manuscritos inéditos quedaron en manos de John Middleton Murry, su marido. Su voluntad expresa era que éste publicara lo imprescindible y quemara lo demás. Él, sin embargo, tenía otros planes.

En esto, los destinos de Mansfield y Kafka coinciden. Kafka murió en 1924, también joven, habiendo confiado la quema de sus manuscritos a su amigo Max Brod, quien, como es sabido, publicará a partir de ellos El proceso (1925), El castillo (1926), América (1927), los Diarios (1948) y los Aforismos de Zürau (1953), además de un variado epistolario.

De su mujer, Murry publicó poesías (1923), un volumen de relatos (Something Childish, 1924), diarios (1927 y 1954), cartas (1928 y 1951) y una recopilación de apuntes misceláneos (1939). El escritor C.K. Stead, neozelandés como Mansfield, duda que Murry quemara uno solo de aquellos papeles póstumos, que él ha editado más recientemente. Le reconoce el mérito, eso sí, de haber ordenado eficazmente un material vastísimo y caótico. El Diario es una buena muestra de esa labor, pues de hecho sólo ocasionalmente llevó Katherine Mansfield un diario: lo que hoy conocemos como tal es fruto de una compleja selección de Murry entre anotaciones de muy variada procedencia.

En ese Diario recompuesto, Katherine Mansfield revela la genealogía de buena parte de su narrativa. In a German Pension (1911), Bliss (1920), The Garden Party (1922) y The Dove’s Nest (1923): estos son los títulos de los libros de cuentos que publicó (o preparó para publicar) en vida y que la han hecho famosa. Un centenar de relatos en total, si sumamos todos los póstumos, con un objeto característico para el que nuestra autora tiene un don particular: los sentimientos. Sus personajes, en efecto, actúan, y naturalmente piensan, pero sobre todo sienten. Es decir, sentimos que sienten: porque, como un experto en telas puede percibir al tacto todas las cualidades del género y clasificarlo mentalmente, Katherine Mansfield sabe tocar todos los registros del sentimiento humano y revelarlos del modo justo para que podamos descodificarlos en nuestro propio sentimiento. Para eso, su gran recurso es la oración indirecta libre.

No se trata sólo de los grandes sentimientos novelescos: amor, culpa, rencor... Se trata del multiforme espectro de sensaciones interiores que brinda la vida ordinaria. Una mujer ha gastado demasiado en ropa para sus hijas y sabe que su marido lo ha advertido, pero ve que finge ignorarlo, en espera del momento adecuado para sacar partido al enfado: en su ánimo hay frustración, ansiedad, decepción por la falsedad del marido... Es sólo un ejemplo.

De ese gran universo de sentimientos inventados, el Diario es también un espejo, naturalmente: el de Katherine Mansfield no es un diario de ideas, sino de sentimientos.

¿Basta esto para entronizarla como mi escritora preferida? No sé, pienso que no..., pero siento que sí.

venerdì 14 novembre 2008

La última de Ishiguro

No hay dos novelas iguales entre las de Kazuo Ishiguro. Ni iguales ni parecidas: cada una diríase escrita por un autor distinto, tan dispares son entre sí —al menos, las que yo he leído— por temática y por lenguaje. En Nunca me abandones, la última (Anagrama, 2005), Ishiguro reinventa nuevamente su narrativa, como antes en Los inconsolables y antes aún en Los restos del día, que es todo lo que conozco por ahora de este señor.

Sólo la narración en primera persona es común a todas las novelas de Ishiguro, me parece. En Nunca me abandones, el personaje narrador es Kathy, 31 años, cuidadora de clones y clon ella misma. Estamos en el tiempo presente, no en un futuro imaginario: la acción se desarrolla en los años 80-90 del siglo XX en Inglaterra, una Inglaterra igual que la que conocemos pero con la industria de la clonación llevada hasta sus últimas consecuencias.

Un clon —varón o mujer— puede crear obras de arte, pero sólo le servirán como moneda de cambio; puede formar pareja con otro clon, pero lo hará por instinto, no por amor; puede tener relaciones sexuales, pero nunca engendrará un hijo (los clones ni engendran ni son engendrados). El clon tiene un único horizonte: las donaciones. Hay clones que soportan bien cuatro o más donaciones, pero otros resisten mucho menos: Ruth, por ejemplo, tendrá una primera donación horrible, y en la segunda completará. De ella se ocupa Kathy durante su último año de cuidadora, mientras espera ya su primer aviso para una donación. De ella y también de Tommy, que en cambio completa en la cuarta.

Sí, completar es morir: la palabra “morir” (como otras igualmente decisivas, por ejemplo “clon”) no aparece en Nunca me abandones.

¿Con estos mimbres se puede hacer una historia convincente? Sí, Ishiguro la ha hecho. En manos del escritor anglojaponés, los sentimientos, las palabras, los gestos de los clones son una materia extremadamente plástica. Sobre todo los gestos: es el gesto lo que modela a los personajes de Ishiguro, como la palabra a los de Dostojewski, por ejemplo.

Por supuesto, con su historia de clones Ishiguro no está proponiendo una reflexión sobre la clonación o sobre los peligros de la ciencia: sería demasiado obvio. Los clones de Nunca me abandones, que piensan como nosotros, sienten como nosotros, obran como nosotros, nos invitan a reflexionar sobre nosotros mismos: sobre nosotros mismos y sobre la cosificación del hombre actual.

Y a ver ahora, la próxima novela de Ishiguro, por dónde nos sale.

venerdì 7 novembre 2008

El gaucho y el cowboy

El protagonista de Don Segundo Sombra no es Segundo Sombra: es Fabio Cáceres, un gaucho novicio que tiene a aquél por padrino. Nombre curioso, ¿no?, este de Segundo Sombra: sin saber nada del libro cuando lo tomé, yo pensaba, por el título, que iba a vérmelas con una novela cómica protagonizada por un personaje marginal, antonomástico de un nombre como Segundo y un apellido como Sombra. Me parecía uno de esos títulos burlones tan del gusto de los latinoamericanos, tipo Obras completas (y otros cuentos), de Augusto Monterroso, o Redención de la mujer caníbal, de Marco Denevi.

Bien, pues no: Don Segundo Sombra, obra capital del argentino Ricardo Güiraldes (1886-1927), es una novela seria. Una novela épica, incluso.

La he leído este verano, editada por Alianza (1989), y debo decir que hacía mucho tiempo que no me las veía con un castellano tan literario: tan simbólico y a la vez tan directo.

Una muestra: “Además de esta gente, estaban las tres muchachas de la casa, de las que ya Paula me había hablado burlonamente: ‘¡Si las viera!... no andaría gastando saliva en una pobrecita olvidada de Dios, como yo’. Si Dios se había acordado de ellas, debió ser en un día de mal humor. Eran unas tarariras secas y ariscas que nunca salían de la pieza (...). Que Paula y las otras se llamaran igualmente mujeres, era una verdad que no entraba en mis libros”.

Copié este párrafo durante la lectura: me pareció especialmente inspirado, aunque ahora, releyéndolo, no estoy tan seguro de que sea de los mejores.

Don Segundo Sombra es una novela de formación, un Bildungsroman, que dicen los alemanes. Narra la formación de un joven en las cualidades distintivas del estamento gaucho: la indiferencia ante los hechos y la voluntad de dominio. Ahora bien, es una novela de formación sin trama, sin una línea de acción que conduzca al desenlace final: es simplemente una sucesión de momentos autónomos, con escasa conexión entre sí, más o menos como el Quijote.

La Pampa como la Mancha. O como las grandes praderas del Midwest, porque entre el gaucho y el cowboy hay poca diferencia.

Mejor dicho, hay una importante diferencia. El cowboy es un estereotipo cinematográfico: hasta ahora no tiene, que yo sepa, un arquetipo reconocible en la gran literatura. El gaucho, en cambio, tiene al menos dos: Martín Fierro y Don Segundo Sombra.

venerdì 31 ottobre 2008

Ivo y yo

El regreso es un cuento breve y de sobria perfección del portugués Miguel Torga. Forma parte del volumen Cuentos de la montaña (Alfaguara, 2001). No he leído el libro, pero del cuento conservo una fotocopia que me pasó hace algún tiempo, en un congreso en el que coincidimos, María Noguera, quizá la persona que mejor conoce a Torga en España.

Ivo regresa a Leirô, donde ya nadie le espera. Regresa tuerto y manco de la guerra de España, a la que marchó contraviniendo la pacífica sumisión al destino que rige la vida de la aldea. A la vista de ésta, a distancia sólo de un tiro de escopeta, Ivo se detiene.

Y yo también detengo aquí la historia, por un momento.

Salinas es un pueblo del Pirineo que, hace ya muchos años, fue escenario de mis vacaciones infantiles. Mis padres siguen yendo en verano, y mi hermana Elena, sobre todo ahora que ha comprado casa, lo frecuenta también de vez en cuando con su familia.

En septiembre estuve en España, y un día se me presentó la ocasión de ir a Salinas. Ellos pasaban allí el puente de la Diada. “Puedo estar muy poco rato, sólo una hora y media o dos, ni siquiera me quedaré a comer”, les dije la víspera por teléfono.

A un tiro de escopeta de Salinas, la carretera superó una curva, y el valle, con el pueblo al fondo, se abrió ante el parabrisas. Después de tantos años de ausencia, la emoción era fuerte.

Seguí hasta la casa de mis padres. Pasé las dos horas siguientes reconociendo lugares, saludando a gente, oyendo historias de ancianos que ya eran ancianos cuando yo era niño, de muertos que, en cambio, yo he conocido cuando aún eran jóvenes, de veraneantes viejos y nuevos.

Volví al coche. Y entonces, solo de nuevo, tuve conciencia de ser un turista. Yo ya no soy de ahí, llevo demasiado tiempo fuera, en mi propia guerra, pensé. Me acordé del cuento de Torga: Zé, un muchacho de Leirô que ha salido con su rebaño, encuentra a Ivo y lo interpela, pero no lo reconoce.

Víctor y Nerea, mis sobrinos (cinco y cuatro años), tampoco me habían reconocido. Habían reconocido a su tío, naturalmente, pero no al niño que hubo en mí y que hace muchos años ocupaba en Salinas el lugar que ahora ocupan ellos. Un niño al que un día solté la mano y que se me ha perdido.

venerdì 24 ottobre 2008

Las historias insomnes de Flannery O'Connor

En los años cincuenta del pasado siglo, una campaña de seguridad vial promovía la prudencia entre los automovilistas americanos con un lema egoísta: “La vida que salves puede ser la tuya” (“The life you save may be your own”). La frase da título a uno de los mejores relatos de Flannery O'Connor. Un relato que, naturalmente, figura en sus Cuentos completos (Lumen, 2006).

El protagonista es Shiftlet, un excéntrico vagabundo que llega a una granja y se ofrece a trabajar en lo que haga falta. Decididamente, Shiftlet salvará su vida: se casará con la hija subnormal de la dueña, para regocijo de ésta, pero luego la dejará en el primer motel que encuentre en su viaje de bodas. En la operación obtendrá, como beneficio, el coche del difunto marido de la granjera.

La América sudista, una granja, una mujer viuda, una hija adulta enferma: es un cuadro que en Flannery O’Connor se repite con frecuencia. Es también su propio contexto vital. Flannery O’Connor pasa casi toda su vida en Andalusia, una granja familiar en Milledgeville (Georgia). Vive con su madre. Muere en 1964 con sólo 39 años, después de luchar durante 13 con una dura enfermedad, lupus erythematosus, la misma de la que, también siendo muy joven, había muerto su padre.

Una vez asistí a una conferencia sobre Flannery O’Connor en una biblioteca de Roma. La daba una filósofa, Annarosa Buttarelli, que comenzó con unas palabras de este tenor: “Flannery O’Connor es una escritora católica que no deja dormir en paz ni al católico ni al laico”. No parece una buena tarjeta de presentación, ¿verdad? Y sin embargo, yo invito siempre a mis amigos a leer los cuentos y las novelas de Miss O’Connor; y también su producción ensayística y epistolar (publicada en castellano por Encuentro y por Sígueme). Historias como la de Shiftlet (mi resumen, naturalmente, no sirve para hacerse una idea de su valor) son un puñetazo en el estómago, pero son también una llamada a poner en discusión el propio sistema de valores.

¿Por qué se puede llamar católica a la narrativa de Flannery O’Connor? Sus personajes no son católicos, como en Graham Greene o Evelyn Waugh. Son, si acaso, protestantes: los típicos protestantes del Bible Belt americano. Pero su Dios —invisible y, por eso, tremendo— actúa sacramentalmente, se comunica por medio de la realidad sensible. Me resultaría complicado explicar en qué se manifiesta este hecho. Digamos que en Flannery O’Connor la palabra, volcada al servicio de la percepción sensorial de la realidad, se mete de tal modo en ésta que no sólo la significa, sino que le da voz. “La creación entera gime y sufre con dolores de parto hasta el momento presente”, dice san Pablo, y un poco es eso lo que pasa en el universo narrativo de Flannery O’Connor.

La sublimación en misterio de la realidad: éste es, creo yo, el rasgo característico de su escritura, la clave de su pasmosa potencia expresiva.

venerdì 17 ottobre 2008

La luna se ha ido al bosque

Esta semana, Buenos Libros nos dé Dios ha cumplido un año. El administrador piensa que habría que celebrarlo: entre otras cosas, porque no cree que su sufrido blog vaya a durar tanto como para dar ocasión a la celebración de un segundo aniversario.

Lo va a celebrar, eso sí, facilonamente: tomándose fiesta y colgando como post, en vez de un comentario redactado ad hoc, una vieja poesía suya. Vieja, en este caso, significa juvenil: la poesía tiene estas cosas.


La luna se ha ido al bosque,
los grajos a la noche,
los perros me han ladrado
y tú sueltas mi mano.

La hiedra apura un beso,
se arriman los abetos,
afilan las caricias
del frío mis mejillas.

Mi pecho es una jaula,
el tiempo una muralla,
en mi alma dice el humo
sus sueños de aire puro.

venerdì 10 ottobre 2008

Mercé Rodoreda, la prima della classe

Mi trovavo a Barcellona, il mese scorso, e un pomeriggio, percorrendo con i miei genitori una strada del quartiere di Gràcia, sono arrivato a un posto molto vicino alla Plaça del Diamant. È stato allora che mio padre mi ha detto una cosa che veramente non mi aspettavo: mi ha detto che, molto tempo fa, ha conosciuto personalmente Mercé Rodoreda.

Il fatto, per quello che poi ho saputo, risale al 1966, quando Joan Gurguí, il marito della scrittrice, è morto. Mio padre, allora molto più giovane di adesso, lavorava nella Camera della Proprietà Urbana di Barcellona, dove aveva lavorato pure Gurguí. La Rodoreda è arrivata un giorno, poco dopo il decesso del marito, per chiedere chiarimenti sulla pensione che in seguito avrebbe percepito, e a quanto pare è toccato a mio padre occuparsi di lei. Lui confessa che quella donna gli ha fatto molta impressione: certamente l’ha trovata ben al di sopra dei comuni livelli di mediocrità umana.

Su alcune circostanze legate alla morte di Gurguí, e sulla vita di Mercé Rodoreda prima e dopo, c’è informazione interessante in un articolo breve, ma serio e ben documentato, che invito a leggere.

Quanto ha a che fare La piazza del Diamante con la vita della sua autrice? Quanto c’è di Colometa in Mercé Rodoreda? Più di quanto pensavo, stando a quest’articolo, anche se sembra che Joan Gurguí sia stato un uomo lontano anni luce da Quimet, il marito di Colometa.

Mercé Rodoreda è nata il 10 ottobre 1908, esattamente cent’anni fa, ed è giusto ricordarla oggi in questa sede, con buona pace del neo nobel Le Clézio. É stata forse la più grande scrittrice catalana del Novecento, almeno in prosa (sarebbe difficile misurarla con i grandi poeti: Riba, Carner, Espriú...). La piazza del Diamante (1962), il suo capolavoro, è un romanzo tanto tenero quanto tremendo. Colometa, la protagonista, è una figura incantevole che attraversa convulsamente gli anni atroci della guerra e del dopoguerra con la sua fragile, drammatica innocenza.

È veramente un peccato che La piazza del Diamante non abbia in questo momento, nel mercato italiano, l’edizione che si merita. Se non sbaglio, l’ultima è del 1990 (Bollati Boringhieri). Sarebbe auspicabile che in occasione del centenario dell’autrice si rimediasse a questo torto.

venerdì 3 ottobre 2008

Questione di tono

I libri in cui gli scrittori parlano sulla scrittura mi interessano. Spesso penso che ogni autore dovrebbe scriverne uno con le sue esperienze.

Ho avuto fra le mani qualche tempo fa Niente trucchi da quattro soldi (minimun fax, 2002), di Raymond Carver, una mostra di questo particolare filone. Premetto che non si tratta di un libro appositamente scritto da Carver, ma di una antologia postuma curata dai suoi editori italiani. Le fonti sono interviste, conferenze, prefazioni ai propri libri di racconti, interventi critici, ecc. Il risultato è sorprendente: certamente funziona.

Un’idea centrale del libro, un’idea che tra l’altro fa onore al titolo, è la ricerca, da parte dell’autore, di un tono, di una propria voce, prima ancora che di una tecnica. “Non credo che il tono sia qualcosa che lo scrittore possa mettere insieme in quattro e quattr’otto”, dice Carver. “È il suo modo di guardare il mondo e lo scrittore applica costantemente questo punto di vista alle cose che scrive. Ogni riga non può che restarne influenzata. Per quanto riguarda la tecnica, credo che la tecnica si possa insegnare. Si possono insegnare una serie di cose da fare o non fare quando si scrive. Si può far capire a una persona come scrivere meglio le frasi. Ma non credo che per questo atteggiamento dell’autore rispetto alla propria opera —ossia per il suo tono— possa valere lo stesso discorso. Perché se il tono della sua scrittura non è il suo, se è il tono di un’altra persona o una certa filosofia che si cerca di assimilare, il risultato sarà disastroso”.

In un autore, quindi, “tono” starebbe per autenticità, per quell’essere se stessi che tante volte fa a pugni, per esempio, con il media system, con l’apparire, con la posa dettata dal mercato (non solo editoriale) a cui tanti scrittori, anche dotati, spesso soggiacciono.

Per quello che so, Carver non è di questi: non un’ideologia, non un atteggiamento di moda hanno condizionato la sua scrittura. A dare il tono ai suoi racconti troviamo sempre il suo personale sguardo sul mondo. Con quello sguardo si può essere o meno d’accordo, ma questo è un altro discorso.

Io, per esempio, all’inizio ritenevo Carver troppo fissato con le crisi di coppia: quasi tutti i suoi personaggi, infatti, sono divorziati, e questo mi sembrava una mistificazione della realtà. Poi però, man mano che mi addentravo nel suo universo narrativo, ho capito vagamente che proprio in quella sorta di fissazione si manifesta l’autenticità di Carver. In Niente trucchi da quattro soldi ne ho trovato esplicita conferma. “Personalmente”, dice Carver in un passo del libro, “ho una serie de ossessioni a cui tento di dare voce: le relazioni fra uomini e donne, il motivo per cui spesso perdiamo le cose a cui teniamo di più, il cattivo uso delle nostre risorse interiori”.

E subito dopo aggiunge, in un lampo di positività: “Mi interessa molto anche la capacità di sopravvivenza, quello che la gente riesce a fare per risollevarsi quando è finita a terra”.

venerdì 26 settembre 2008

Fenoglio y Vittorini

La épica de Fenoglio no se contenta con el mito de la guerra. Tiene otro mito que comunicar: el de su tierra piamontesa, con su paisaje y su paisanaje.


El factor local tiene una presencia fuerte en todas sus historias, pero especialmente en una novela no relacionada con la guerra partisana, La mala suerte. Título profético, por cierto, para la fortuna del autor.


Era aquella una época en la que, como en todas, la literatura tenía sus propios templos y sus propios sacerdotes. El gran templo era la editorial turinesa Einaudi, donde oficiaba como gran sacerdote el novelista y crítico Elio Vittorini. Con él nunca se llevó bien Beppe Fenoglio.


Muchas cosas lo separaban de él. Aunque, por temática y por toma de postura, su narrativa puede adscribirse al neorrealismo, la corriente en la que entonces se reconocía toda la literatura comprometida, Fenoglio hizo fruncir el ceño más de una vez a Vittorini, que de la ortodoxia del neorrealismo era, por así decir, el guardián. Su primer libro, la colección de cuentos I ventitré giorni della città di Alba (1952), fue publicado por Einaudi, y La mala suerte (1954) también. Pero La mala suerte salió con una nota editorial más crítica que amable: Vittorini, que la firmaba, dejaba en ella constancia de su desagrado ante lo que consideraba el provincialismo de Fenoglio, que según él le impedía convertir sus retratos de ambientes y condiciones, comunicados al lector “a fuerza de afrodisíacos dialectales”, en símbolo de historia universal.


Resulta embarazoso contradecir a Vittorini (el señor de la foto) justamente cuando se celebra su centenario, pero su reproche es claramente infundado: La mala suerte se ha traducido a varias lenguas, por ejemplo al español (Huerga y Fierro, 2006), así que algo de universal debe de tener. “Local is real”, dice el eslogan. En mi opinión, precisamente por estar enraizada en un contexto local, en el concreto ámbito piamontés, esa historia de servidumbre y vejación que es La mala suerte tiene algo que decir a todo el mundo. Precisamente por eso cualquier desposeído de la tierra puede reconocerse en ella.


El caso es que, después de esta novela, Fenoglio tuvo que cambiar de editorial: de Einaudi pasó a Garzanti, con la que firmó un contrato leonino que luego sería también fuente de conflictos.


Y a esos nuevos conflictos Fenoglio ya no sobrevivió: murió en 1963, con sólo cuarenta años.


No era una persona particularmente religiosa (por ejemplo, en Alba causó escándalo su matrimonio civil), pero quiero imaginar que al pensar en la muerte suscribiría íntimamente una oración que él mismo había compuesto, la oración de la madre de Agostino, el protagonista de La mala suerte: “Estaré contenta de que me llames a tu presencia, cuando a ti te parezca bien. Y entonces ten en cuenta lo que he hecho por amor y sé indulgente con lo que he hecho por la fuerza”.

venerdì 19 settembre 2008

El partisano Fenoglio

Beppe Fenoglio (1922-1963) es uno de los grandes nombres de la literatura italiana de posguerra. Aunque sean otros los escritores de su generación que más suenan (Italo Calvino, Leonardo Sciascia, Natalia Ginzburg), su obra, ya con medio siglo de solera, resiste bien el paso del tiempo: aún no ha dado lugar a un redescubrimiento explosivo en el mercado editorial, a algo análogo a los casos Marai o Némirovsky, pero con los años su peso se consolida.


Claro: Beppe Fenoglio tiene una historia que contar. Fenoglio ha hecho la guerra, y la ha hecho, más que como soldado (aunque también), como partisano: ha luchado en la Resistencia. Y es preciso decirlo: la Resistencia es el mito sobre el que se ha construido la Italia actual, como sobre la guerra de Troya se funda la Grecia clásica.


Fenoglio fue movilizado en enero de 1943 y pasó unos meses en un cuartel de la periferia de Roma, hasta que en septiembre, tras la salida de escena de Mussolini, el mariscal Badoglio pactó un armisticio con los aliados: en cuestión de horas, el ejército italiano se disolvió y el alemán liberó a Mussolini y ocupó el centro y el norte de la península. Ante aquel cuadro, y tras un accidentado viaje hasta su ciudad natal, Alba, en el Piamonte, Fenoglio se incorporó a la lucha partisana. Militó primero en una brigada comunista y luego en otra badogliana, y participó, con fortuna desigual, en varias acciones de guerra.


Una de las mejores novelas de Fenoglio es Un asunto privado, que vio la luz dos meses después de su muerte. En castellano ha sido publicada por Barataria (2004). El tema es la guerra, pero vivida, tal como dice el título, como cuestión personal. El partisano Milton se mueve en solitario y persigue un único objetivo: hacer un prisionero, por el motivo personalísimo de que necesita a alguien a quien canjear por su amigo Giorgio, capturado a su vez por los fascistas. Necesita liberar a Giorgio para que le explique por qué pocos días antes le ha traicionado: por qué se ha llevado, en su ausencia, a su novia Fulvia.


La experiencia de la guerra es común a Fenoglio y a otros escritores de su generación. Pero las coordenadas de la épica de Fenoglio son muy distintas de las de sus congéneres (o, al menos, de la mayoría de ellos): deslumbrados por la ideología, éstos solían mirar al futuro, mientras que a Fenoglio le interesaba sobre todo el pasado en el que la condición humana hunde sus raíces; atentos fundamentalmente a despertar en las masas la conciencia de clase, relegaban al olvido los destinos individuales, mientras que Fenoglio salía precisamente en busca del hombre solitario.


Yo en la “unidad de destino en lo universal”, como decía cierta retórica felizmente olvidada, no creo. Por eso prefiero a Fenoglio: prefiero la vocación personal al destino colectivo. Supongo que es el mismo prejuicio que hace que me inspire más confianza la psicología que la sociología.

venerdì 12 settembre 2008

Gli aforismi di Hofmannsthal

L’aforisma è un genere impegnativo. Un aforisma è difficile da trovare e difficile da lavorare, da intagliare fino al raggiungimento della forma perfetta. Come un diamante. Solo che un aforisma banale dà sempre nell’occhio, e invece un diamante falso può passare per vero.

Il libro degli amici, di Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), è un libro di aforismi molto speciale. Non solo perché fatto di pensieri sempre suggestivi, ma anche perché non c’è in essi neanche l’ombra di quella deriva verso l’ironia tipica di tanti cultori del genere aforistico (in ambito francese e britannico, per esempio).

I lettori di questo libro sono da Hofmannsthal ritenuti appunto “amici”: persone a cui si vuole bene e con cui si avvia una conversazione senza reticenze, propositiva, una conversazione che possa in qualche modo aiutarli a crescere.


In questo senso, Il libro degli amici ha diversi punti di contatto, anche nei contenuti, con Cammino, di san Josemaría Escrivá (1902-1975), un libro di aforismi spirituali, edificanti.

Dice
Hofmannsthal, per esempio: “Si può bene immaginare un uomo generoso e munifico, che creda non si debba essere munifici e reprima la sua liberalità, tutto per un sentimento del dovere”. E, da parte sua, dice Escrivá: “Fa parte della condizione umana stimare poco quello che costa poco. —Questa è la ragione per cui ti consiglio l'«apostolato del non dare». Non mancar mai di riscuotere ciò che è giusto e ragionevole nell'esercizio della tua professione, se la tua professione è lo strumento del tuo apostolato”.

Un altro esempio. Hofmannsthal: “L’egoismo non pecca tanto nelle azioni quanto nell’incomprensione”. Escrivá: “Più che nel «dare», la carità consiste nel «comprendere». —Perciò, cerca una scusante per il tuo prossimo —ne troverai sempre— se hai il dovere di giudicare”.

Per il resto, sia Cammino che Il libro degli amici comprendono un migliaio circa di aforismi di poche righe, e tutti e due hanno visto la luce in prima battuta in un’edizione fatta dall’autore per una cerchia ristretta di lettori: 800 copie del suo libro ha stampato e rilegato bellamente Hofmannsthal nel 1922 per i suoi amici; una cinquantina, forse, di fascicoli rozzamente dattilografati, con la prima tranche di un Cammino ancora in fieri, ha distribuito Escrivá nel 1932 tra i suoi primi seguaci (si veda a questo proposito la recente edizione critica di Cammino a cura di Pedro Rodríguez).

Hofm
annsthal non è un prete, certo. Né Il libro degli amici è una guida ascetica. È comunque un vero “breviario” (così lo chiama Gabriella Bemporad, curatrice dell’edizione italiana, targata Adelphi): un breviario etico ed estetico.

venerdì 5 settembre 2008

La giovinezza infranta di Cristina Campo

Il 25 settembre 1943 gli alleati bombardano Firenze. Anna Cavalletti, compagna di precoci fatiche letterarie e amica intima di Cristina Campo, muore.

Rifugiata a Fiesole, il 12 novembre Cristina scrive al padre, spesso assente per via della situazione politica, troppo incerta e pericolosa. "Lei ha vent'anni ed è appena stata a Firenze a visitare la casa saccheggiata nei mesi confusi seguiti alla caduta di Mussolini. La scrittura è quella che avrà per tutta la vita, rotonda e regolare. La fermezza dei propositi anche. Più che una lettera è una dichiarazione di poetica, un giuramento di fedeltà a se stessa" (Cristina De Stefano, Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo, Adelphi, 2002).

Ecco la lettera, appena accorciata.

Papa carissimo, la mia calligrafia stessa dovrebbe apparirti diversa, stasera! Quando siamo entrate in casa ieri nel pomeriggio, M. ed io, ho avuto per un attimo la sensazione di naufragare nel nulla. Mi pareva superiore alle mie forze vivere ancora in una casa e in una stanza dove avevo tanto amato e creduto ed atteso, ora che non credo e non aspetto più nulla, ora che amo soltanto ciò che ho perduto. Se tu sapessi papà che cosa è passato in me in questi ultimi due mesi! Altro che saccheggio, che bombardamento! (...) Avevo deciso di
rinunciare, una volta per tutte (...). Avevo deciso di farmi spiritualmente “vieille fille” – e credo che lo fossi già un poco.

Ma iersera, trovando la tua lettera, tutto il sangue mi è affluito al cuore: sono certa che mi crederai se ti dico che mi sono inginocchiata e ho ringraziato il Signore (...). Adesso sento e vedo che tutto non è ancora perduto – che si può ancora sentirsi vivi e volere qualcosa. Papà non dubitare: scriverò, scriverò bene. Certo finora la giovinezza (...) lavorava per me, spingeva la mia mano sulla carta come il sangue nelle vene. E ora ho tanto sofferto che non so se potrò parlare distintamente agli altri: se rileggo i miei ultimi appunti mi sembrano così soli e chiusi! Però voglio tentare tutto, Papà caro; e vedrai che, a Dio piacendo, non ti deluderò. Ho tante cose da dire! Quasi direi da salvare: tutta la tragica bellezza di ciò che è passato in noi e vicino a noi – cose che io sola sento di aver visto e sentito fino alla sofferenza e che assolutamente non devono morire (...). Papà caro davvero non credi che i miei appunti siano inutili e pallidi?... Ora brucio dal desiderio di sapere da te (quando avrai il tempo e la bontà di indicarmeli) quei brani che ti sono sembrati ermetici (...). Voglio sapere di quali brani si tratta perché devo subito subito riparare a ciò, e mai più ricadervi. Anelo a conoscere i miei punti deboli e conoscerli attraverso te sarà tanto più bello ... Scriviamoci ancora, vuoi? Segretamente e senza mai parlarne, neppure fra noi. Bisogna trovarne il tempo. Che Dio ti benedica, mio caro.


venerdì 29 agosto 2008

Svelare, cioè annientare

Della psicoanalista francese Monique Selz c’è in libreria Il pudore (Einaudi, 2005), un bel saggio su un argomento di cui non mi sembrava che ci fosse molta gente pronta a parlarne. Su questo però devo ricredermi, almeno per quanto riguarda la Francia, viste le numerose citazioni di autori transalpini riportate nel libro.

Il pudore, dunque. Uno forse sarebbe portato a pensare che, da brava discepola di Freud, la Selz debba per forza demonizzare il pudore, presentarlo come tabù, come ostacolo inibitore del libero dispiegarsi dell’io. E invece no: Monique Selz mostra come, dal punto di vista psicoanalitico (che, diciamo tutto, non è l’unico da lei preso in considerazione), pudore non equivale a inibizione, così come esibizione non equivale a liberazione. Tra inibizione ed esibizione c’è un punto di equilibrio, un “luogo di libertà”, come dice il sottotitolo del libro, e questo punto è proprio il pudore.

È un luogo di libertà perché, per il tramite necessario della costituzione di un nucleo di intimità, consente di costruire la frontiera del proprio io. Dove non c’è niente da nascondere, non c’è niente: questa sarebbe la conclusione del libro, se posso formularla un po’ impietosamente, emulando l’autrice nella sua abilità per coniare slogan efficaci e gustosi. Monique Selz passa in rassegna svariati fenomeni del mondo attuale, dall’invadenza della televisione alla fragilità della vita di coppia, dall’eugenetica all’inarrestabile legge del mercato, e conclude sempre che la “dittatura della trasparenza”, di cui in realtà l’ideologia naturista è soltanto una manifestazione tra molte altre, è oggi il grande nemico del pieno sviluppo individuale della persona e, quindi, del suo giungere a essere se stessa.

Molti anni fa ho sentito, oppure ho letto, non ricordo bene, che la persona che sa chi è, sa come vestire; chi non lo sa, invece, riesce soltanto a travestirsi.

Dopo aver letto il libro, penso al ragazzo uguale a tutti, alla ragazza uguale a tutte, che vanno in giro con i loro calzoni a vita bassa, una striscia di pancia e un’altra di biancheria intima (intima?) in mostra. Glielo posso dire che quello è una mancanza di rispetto per gli altri: è verissimo, ma poche volte lo capiranno. Adesso, dopo aver letto questo libro, penso invece che sono loro a voler dirmi qualcosa: “per favore, aiutaci a essere noi stessi!, anzi aiutaci a essere!”.

venerdì 22 agosto 2008

Poesía y distancia

Es espantoso cómo pasa el tiempo. Abro un libro que encuentro en un armario y me encuentro con una dedicatoria casi arqueológica: “Para Alfredo, con el aprecio sincero del autor, Vicente J. Ramírez. Roma, otoño 96”. El libro, Protegida soledad (Tropos, 1994), es un poemario.

Conocí a Vicente Ramírez, poeta y jurista colombiano, en Roma: había venido a hacer un doctorado en Filosofía del Derecho en la Universidad Salesiana; y, de paso, a conocer Europa y a aprender alemán. Tras unos años en esta parte del planeta, volvió a Colombia. Y allí, según luego me dijo alguna vez, dejó de escribir poesía, absorbido por la docencia en una universidad de Medellín o aledaños.

Es una lástima, porque algunos de aquellos poemas me parecían —me siguen pareciendo— prometedores.

Repetiría el universo
para que tú existieras
Recordaría todas las palabras
para encontrar tu nombre
Inventaría el amor
tan solo para amarte.

Recuerdo que, en aquel tiempo, le presté un libro: El hombre de Villa Tevere, de Pilar Urbano. Cuando me lo devolvió me dijo, a modo de elogio, que le había parecido un libro ofensivo: como lector, se había sentido interpelado, espoleado, por aquellas páginas.

Como autor, en cambio, supongo que se habrá sentido protegido por su propio libro de poesía. Hay libros que ofenden y libros que defienden.

Protegida soledad: un libro reencontrado de un amigo del que he perdido hasta la dirección de mail. ¡Qué bien le sienta ahora ese título!

venerdì 15 agosto 2008

Progreso y regreso

Por lo visto, Alianza lo había publicado ya en 1988, en La posada de las dos brujas y otros relatos, una recopilación de cuentos de Conrad. Yo, sin embargo, lo leí como libro a se en una edición que salió a la calle en 1993, en la colección Alianza Cien. Costaba cien pesetas.

Una avanzada del progreso, de Joseph Conrad (ofrezco link al texto completo: en inglés y en castellano), es un relato que se lee en un viaje en metro: en dos, como mucho. Pero luego uno puede acordarse de él años y años. Es lo que me ha pasado a mí. Por eso hace unos días volví a leerlo, esta vez en dos trayectos de autobús.

Kayerts y Carlier son dos blancos al frente de una factoría colonial situada a orillas de un gran río africano. Seguramente son belgas, por los apellidos, y el río, entonces, supongo que será el Congo, pero Conrad no lo dice.

Al contacto con “el salvajismo puro y sin mitigar”, la natural inquietud ante lo diferente se traducirá, en los espíritus de Kayerts y Carlier, en un pánico irracional, violento, autodestructor, en un salvajismo mucho más animalesco que ese otro salvajismo en bruto del hombre no civilizado.

Conrad formula la situación como ley general, porque lo es. Se cumple, por ejemplo, en algunas manadas de homínidos actuales que es posible observar a veces en los estadios, en las discotecas, etc.: tras ocupar un determinado espacio que reconocen como salvaje, se entregan frenéticamente al salvajismo.

En otros tiempos, el tubo de escape de la violencia, universalmente admitido, era la guerra, donde vale todo. En otros tiempos, sí..., pero también en los actuales. Esta semana ha habido guerra en un rincón de Europa: en ese Cáucaso que, irónicamente, proporciona un nombre técnico, científico, a la raza blanca.

Kayerts y Carlier, dice Conrad, “eran dos individuos perfectamente insignificantes e incapaces, cuya existencia era únicamente posible dentro de la compleja organización de las multitudes civilizadas (...): de la multitud que cree ciegamente en la fuerza irresistible de sus instituciones y de su moral, en el poder de su policía y de su opinión”.

Sustituyamos Kayerts y Carlier por Saakashvili y Putin. La frase conserva el sentido, ¿no?

venerdì 8 agosto 2008

El Dante de nuestro tiempo

El domingo murió, en Moscù, Alexander Solzhenitsyn. “El Dante de nuestro tiempo”, le ha llamado Bernard-Henri Lévy. No me parece exagerado.

Solzhenitsyn es, tópicamente, el hombre enfrentado al régimen soviético. Apenas terminada la guerra mundial, pasa once años en Siberia por haber criticado privadamente a Stalin. En 1970 la Academia Sueca le concede el premio Nobel, pero las autoridades no le dejan ir a retirarlo. En 1974, tras publicar en Francia Archipiélago Gulag, es desterrado.

A pesar de todo, me resisto a definirle anticomunista. En primer lugar, porque no me gustan los adjetivos que comienzan por “anti”. Y también porque no es sólo el comunismo lo que Solzhenitsyn tiene en su punto de mira. Si leemos honestamente su discurso de 1978 en Harvard, difícilmente nos sentiremos contentos con nuestro asquerosamente maravilloso mundo occidental.

Cristina Campo, buena conocedora no sólo de la literatura, sino también de la espiritualidad y de la liturgia rusas, confesaba en una entrevista en 1975, dos años antes de su muerte, que Solzhenitsyn era su escritor preferido: “¿Quién, si no, debería serlo hoy en día?... Solzhenitsyn es algo que te hace doblar las rodillas. Es el apóstol del mañana (la expresión no es mía): él, tan antiguo e inmemorial que parece un animal prehistórico. Basta su presencia en el mundo para cancelar de un plumazo el frenesí universal de tanto simio con electrodos en el cerebro, de tanto poseso enloquecido por obsesiones, terrores e imágenes que harían bajar la mirada, de vergüenza, a cualquier animal. Aparece Solzhenitsyn, con su rostro mortalmente serio, inmensamente casto, totalmente apasionado, y, sobre todo, libre del miedo contemporáneo de mostrarse así..., y de pronto, ¡oh!, se dice, ¡un hombre!”.

Cuando leí Un día en la vida de Ivan Denisovich, hace años, el comunismo era un hecho instalado, algo con lo que parecía que habría que contar por los siglos de los siglos. El hombre libre individual, el Ivan Denisovich de carne y espíritu que en su carne y en su espíritu padecía aquel sistema, no tenía nada que decir: una geopolítica sensible a sus exigencias no existía. Pero existía Solzhenitsyn, un profeta en línea de continuidad con gigantes como Tolstoi, Dostojewski o Eliot.

¿Hay alguien hoy que pueda tomarle el relevo? ¿Un profeta capaz de enfrentarse a todo y a todos, de oponerse, por ejemplo, a la atmósfera asfixiante de mediocridad moral y de antropocentrismo que Solzhenitsyn denunciaba en Occidente y a la que nadie parece querer sustraerse?

Yo un candidato lo tengo: Adam Zagajewski. De nuevo, un eslavo.

sabato 2 agosto 2008

Dostoevskij in Sardegna

Ho il debole per la Sardegna, un’isola che per alcuni anni ho frequentato assiduamente: un centinaio di volte l’avrò visitata (purtroppo, oppure per fortuna, mai da turista). In Sardegna ho tanti amici, tante persone che voglio bene... E, naturalmente, anche in campo letterario sono portato a fare il tifo per i prodotti sardi.

Alla letteratura, la Sardegna ha dato, per esempio, Grazia Deledda (1871-1936), una strana scrittrice di provincia promossa nel 1926 all’olimpo del Nobel. Di lei ho letto recentemente L’edera, romanzo che proprio quest’anno compie un secolo. Lo ripropone con oculato tempismo Il Maestrale, una casa editrice di Nuoro.

Canne al vento, forse il romanzo più conosciuto di Grazia Deledda, mi era piaciuto tanto, con quelle quattro sorelle in cui la Sardegna rurale, immobile, tragica..., prende corpo e voce. Quattro sorelle che è impossibile non vedere in continuità con i quattro figli di Fedor Karamazov, interamente, ossessivamente calati nel tremendo.

Anche L’edera è popolata di personaggi da accostare a quelli di Dostoevskij, a cominciare da Annesa, “l’edera” che non può avere altra vita se non quella degli esseri —talvolta disinteressati, talvolta meschini— a cui si trova attaccata. Il suo percorso richiama quello di Raskolnikov in Delitto e castigo. Originale mi sembra la risoluzione simmetrica della vicenda, con la redenzione di Annesa che si concretizza nel votarsi tutta a essere di sostegno per Paulu, l’antico padrone, diventato per prematura vecchiaia un rampicante senza possibilità di vita propria.

A me però fa impressione soprattutto il fondale di questa storia. Un paesaggio in cui l’uomo non è riuscito a dare un volto proprio alla creazione: “La chiesa, le stanze, la torre, d’una costruzione primitiva, di pietre rozze e di fango, avevano preso il colore cupo e rugginoso delle rocce circostanti”. Aggettivi come “primitivo”, “rozzo”, addirittura “preistorico”, compaiono in continuazione nelle pagine del romanzo.

È quella la Sardegna vera, naturalmente, non certo la Costa Smeralda.

venerdì 25 luglio 2008

Paola Capriolo davanti al foglio bianco

Diversi autori sono stati sollecitati da Avvenire, più o meno un anno fa, per dire qualcosa sulla “partenza” della scrittura, sulla prima parola del testo letterario. Tra i vari contributi (pezzi molto brevi), mi è piaciuto particolarmente quello di Paola Capriolo. Eccolo:

La prima parola

Credo che non potrei mai scrivere sul foglio bianco la prima parola, se non la pensassi provvisoria: un’asta cui appoggiarsi per il salto, uno strumento del quale ci si serve per andare oltre e che in seguito verrà magari accantonato o sostituito. Se la scrittura, nel suo procedere, è ricerca di una legge, di una necessità che leghi le parti al tutto e le premesse alle conseguenze, l’inizio è invece casualità assoluta. Di qui la sensazione particolare che provo dinanzi al foglio bianco; so di dover commettere un arbitrio, inevitabilmente, e che proprio su questo arbitrio iniziale si fonderà poi l’intera architettura dell’opera. La prima frase, la prima pagina, costituisce la cellula germinale dalla quale si sviluppa tutto il resto, ma questa frase sarebbe stata forse diversa se l’avessi scritta ieri o domani, se il mio umore fosse stato differente. Dall’infinito campo del possibile bisogna passare alla realtà di ciò che è “nero su bianco”, con tutta la limitatezza e la contingenza implicita in un simile passaggio. Si può considerarla una caduta: dalla condizione edenica del non essere a quella dell’essere, così ambigua e problematica. Qui davvero la scrittura somiglia in maniera inquietante a un gioco d’azzardo, come il lancio dei dadi. Forse è la caratteristica comune a ogni principio, compreso quello della nostra vita, poiché in fondo anche la nascita è un lancio dei dadi, una prima parola tracciata sul foglio bianco. Paola Capriolo

venerdì 18 luglio 2008

Suore

Il mese scorso sono andato una sera a una presentazione di Sorella, l’ultima fatica di Marco Lodoli. Tanto di piano bar e di lettura di brani scelti, ma alla stessa ora giocava la nazionale e quindi c’era poca gente: naturalmente, perlopiù donne.

La Sorella di questo breve romanzo (cento pagine) è una donna che non crede in Dio e che è diventata suora soltanto perché non ama la vita, la “viscosità” della vita: ama la purezza e basta. Assurdo, non è vero? Ma devo riconoscere che fino alla pagina venti la scrittura magica di Lodoli fa miracoli, nel senso che, malgrado tutto, funziona. Poi però il racconto si sfascia penosamente, con una storia stucchevole e un finale —spiace dirlo, avendo apprezzato, dell’autore, altre prove— da commedia americana.

Senz’altro Lodoli, poeta piuttosto che romanziere, è più bravo a fermare una visione sulla carta che a farla scorrere nel tempo. Ma ritengo pure che con i suoi bizzarri presupposti di partenza abbia tirato troppo la corda.

Questo mese invece ho letto Più forte di Ebola (Ares, 2001), di Elio Croce. Certo, non è un libro da canone letterario, ma mi ha fatto molta impressione. Non è un romanzo: è il resoconto, giorno per giorno, dell’epidemia di Ebola in Uganda nel 2000. L’autore è un missionario comboniano presso il St. Mary's Lacor Hospital di Gulu, nel nord del paese.

Ci sono parecchie suore, in Più forte di Ebola, ma il protagonista è un medico ugandese, Matthew Lukwiya, un tipo veramente in gamba. Le suore, comunque, sono strepitose: chi come medico, chi come infermiera, chi pulendo il reparto Ebola... Le vediamo lavorare, le vediamo pregare, le vediamo piangere...

Le vediamo morire pure. In Più forte di Ebola muoiono due suore. Cinque anni prima, nel Congo, un’altra epidemia di Ebola ne aveva uccise sei: sei suore bergamasche. Tutte volontarie al momento dell’emergenza sanitaria. Come si può dire che le suore non amano la vita? La amano fino alla scelta di fare a pugni con i suoi nemici. La amano fino alla morte.

La morte di suor Pierina mi è rimasta impressa. Ha appena ricevuto l’estrema unzione, e tra preghiere e vomiti di sangue chiede beatamente una fetta di ananas. È domenica, e a Gulu il mercato è chiuso. Ma in quel momento terminale non mancherà a suor Pierina chi faccia i salti mortali per soddisfarla: chi si assuma cioè il compito di percorrere le strade, infestate da guerriglieri, per portarle un ananas da una missione situata in un’altra città. Largo alla voglia di vivere.

venerdì 11 luglio 2008

Dura lex (más sobre Kafka)

La puerta detrás de mí, en la foto, no sólo es angosta, como la famosa puerta del evangelio, sino también muy baja. Además, aunque está abierta, no se puede franquear. Así me imagino la puerta de Ante la ley.

Ante la ley hay un guardián. Un campesino quiere entrar, pero el guardián le dice que de momento no puede. ¿Y más tarde? Es posible, contesta el guardián. El campesino espera en la puerta: espera toda su vida. A punto de morir, pregunta por qué, si todos desean acceder a la ley, en todo aquel tiempo sólo él ha intentado entrar. Y el guardián responde: “Nadie podía intentarlo, porque esta puerta estaba destinada exclusivamente para ti. Ahora voy a cerrarla”.

Ante la ley es un apólogo que Kafka incluyó en la colección de cuentos Un médico rural (1919), sacándolo del penúltimo capítulo de El proceso, novela inconclusa abandonada en 1915 y sólo publicada, contra su voluntad, post mortem (1925).

La verdad de Ante la ley y la de El proceso son la misma: estamos siempre en los prolegómenos de la justicia, el sentido del mundo supera nuestro horizonte. O sea, no hay alternativa a la angustia.

No hay alternativa a la angustia: “sólo mi miedo está conmigo”, escribe Kafka, amante errático, a la infeliz Milena Jesenska. Y no le va mejor a su personaje Josef K.: la única certeza que encuentra en su interminable proceso es la muerte, una muerte que no es el fin de la angustia, sino su prolongación en forma de vergüenza.

“Alguien debía de haber calumniado a Josef K., porque una mañana, sin que hubiera hecho nada malo, fue arrestado”: así comienza El proceso. Y termina así: “Uno de los hombres puso las manos sobre el cuello de K., mientras el otro le hundía el cuchillo en el corazón y le daba dos vueltas. Con los ojos que se apagaban, K. todavía alcanzó a ver cómo, muy cerca de su rostro, los dos hombres, mejilla con mejilla, contemplaban el resultado. ¡Como un perro!, dijo: era como si la vergüenza hubiera de sobrevivirle”.

¿Qué pensar? Yo no tendría nada que objetar si ese infierno fuera efectivamente el resultado de un destino insoslayable, si en Kafka no hubiera una opción previa, determinante, por la negatividad. La hay, sin embargo. En El proceso, con hábil elipsis —esa restricción de campo kafkiana sobre la que Pietro Citati ha escrito páginas luminosas—, Kafka deja fuera, deliberadamente, no sólo lo que enseguida salta a la vista: la ley y el delito, antes del proceso, y la sentencia, entre el proceso y la ejecución. Al menos para quien puede creer en un legislador que no desea juzgar sino salvar —eso afirma Jesús en el evangelio de san Juan—, Kafka en El proceso deja fuera, sobre todo, el amor: el amor que salva.

“Fuerte como la muerte es el amor”, dice el Cantar de los Cantares. “Fuerte como la muerte es el temor”, parece replicar Kafka.

venerdì 4 luglio 2008

Kafka y la narrativa de la redención

Rainer Stach es el autor de una minuciosa biografía de Kafka cuyo segundo volumen, que aborda los últimos años del escritor, salió ayer, 125º aniversario de su nacimiento. El primer tomo, sobre el periodo 1910-1915, apareció en 2002, y sigue pendiente el tercero, sobre los primeros años de Kafka (los últimos serán los primeros...).

En una entrevista, Stach arremete contra Max Brod: lo critica no por haber salvado los manuscritos de su amigo Kafka, sino más bien —entiendo yo— por haberles dado una interpretación espiritual, no nihilista.

Según Brod, El castillo es una metáfora de la gracia de Dios. Gracia inaccesible, como el castillo al que el agrimensor K. pretende vanamente llegar: sueño prohibido del hombre, tanto como la justicia de Dios, cuya metáfora sería El proceso.

Caso notable, el de Kafka. Escritor problemático y fascinante, menos leído que interpretado, de él hay una visión secularizada (Benjamin), otra existencialista (Camus), varias de deriva psicoanalítica... Condenado por el marxismo ortodoxo como agente del pesimismo burgués (Gunther Anders), lo que explica que en su propio país, Checoslovaquia, fuera autor prohibido bajo el comunismo, no faltan corrientes marxianas que aprecian su estudio de la alienación del hombre (Lukacs) o de la cosificación de las relaciones sociales (Adorno).

De un modo u otro, todo el mundo proyecta sobre la realidad humana general la verdad personal de Kafka, hecha de angustia y de absurdo.

Estando así las cosas, ¿por qué no ensayar también una lectura cristiana de Kafka? Un dato a favor: su primer editor checo fue Josef Florian, un intelectual católico que había abandonado la docencia en protesta por la política anticlerical del presidente Masaryk.

Otro dato: sus historias de precariedad existencial y culpa congénita hablan claramente del pecado original. Él mismo dijo en una ocasión a su amigo Gustav Janouch que “negar el pecado original significa negar a Dios y a los hombres”.

Yo tengo mi hipótesis al respecto. El punto de partida, en línea con Max Brod (a mí Brod me cae bien), es El castillo como narrativa de la redención. De una redención, en efecto, humanamente imposible.

En Bohemia hay cientos de castillos, y de varios de ellos se dice que han inspirado a Kafka su novela, pero el verdadero “castillo” de Kafka bien puede haber sido una vieja iglesia de Praga, la de la foto: Nuestra Señora de Týn. Parece un castillo, ¿verdad? Bueno, pues es una iglesia.

Kafka vivió muchos años en una casa prácticamente contigua, y siendo hebreo, es decir, extraño al espacio religioso representado por la iglesia, puede haber experimentado psicológicamente en algún momento, como K., el sentimiento de encontrarse frente a un objetivo tan cercano como inalcanzable.

Al menos, esa iglesia es para Kafka un símbolo importante. Al oír un día que Janouch, a pesar de haber nacido en Eslovenia, era checo, Kafka comentó: “Del barrio judío [de Praga] a la iglesia de Nuestra Señora de Týn la distancia es mucho mayor. Yo soy de otro mundo”.

venerdì 27 giugno 2008

La forza delle idee

La crisi della coscienza europea cavalca ancora: infatti è in libreria una nuova edizione (Utet, 2008). L’autore, Paul Hazard (1878-1944), un professore francese di letteratura comparata, non mi sembra che si sia distinto per niente di speciale, a parte questo libro. Ma appunto la tenuta del libro, pubblicato per la prima volta nel 1935, lo rende un personaggio degno di considerazione.

Che cosa è La crisi della coscienza europea si spiega subito. È la storia delle idee in Europa tra il 1680 e il 1715. Locke, Spinoza, Leibniz, Bossuet, Bayle, Newton, Fénelon...: sono questi, in sostanza, i protagonisti del libro. La conclusione: le idee generate in quegli anni sono state decisive per la storia dell’umanità, perché hanno determinato l’avvento dell’illuminismo e, tramite l’illuminismo, della rivoluzione.

La crisi della coscienza europea è stato bollato da alcuni storici come storia ideologica. Non nel senso che sia un libro inquinato da una ideologia (Hazard, che identifica modernità con crisi d’Europa, dovrebbe essere, ideologicamente, un conservatore, ma non è questo il punto). È storia ideologica nel senso che fa dipendere lo scorrere della storia dalle idee. È questa, per esempio, la critica che gli mosse in Spagna, negli anni quaranta e cinquanta, il grande storico Jaume Vicens Vives (1910-1960).

C’è gente che pensa che sono le idee a fare la storia, e quindi che chi vuole cambiare il mondo deve avere dalla sua gli intellettuali. C’è invece chi pensa che la storia è fatta da un materiale molto complesso, e che perlopiù i mutamenti storici non sono dovuti ai modelli intellettuali congegnati a tavolino dai maîtres à penser, ma al tessuto dei fatti, delle azioni umane, rispondenti il più delle volte alla volontà —in genere rintracciabile, identificabile— dei singoli e delle collettività, e non sempre alle idee degli intellettuali. “La storia è vita”, amava dire Vicens, seguendo Lucien Febvre. Da qui la sua diffidenza nei confronti della storia “ideologica” e il suo apprezzamento, invece, per altri indirizzi: non solo per la storia economica e sociale, ma anche, per esempio, per la storia del diritto, perché di solito il diritto fa eco alla vita.

Io sono piuttosto di questo secondo partito. Non trovo una corrispondenza univoca tra le idee degli intellettuali e i fenomeni storici: non riesco a convincermi che senza Nietzsche non avremmo avuto un Hitler, o senza alcuni padri della Chiesa un san Francesco.

venerdì 20 giugno 2008

Fervor vernáculo

En un expositor del aeropuerto de Dublín había, a disposición de quien quisiera, cuatro montoncitos de postales de los cuatro escritores irlandeses que han ganado el Nobel: George Bernard Shaw, William Butler Yeats, Samuel Beckett y Seamus Heaney. De cada uno me llevé una postal.

Cuatro premios Nobel: no está mal, para una isla de cinco millones de habitantes. Como para dar la razón a Bernard Shaw cuando escribía a Sienkiewicz —en un momento en que ni Polonia ni Irlanda eran independientes— que a los irlandeses les había ido muy bien con el inglés y que no entendía por qué los escritores polacos no se pasaban al ruso. Lo refiere Adam Zagajewski en Escribir en polaco, el último de los trece ensayos de En defensa del fervor (Acantilado, 2005). Él, por supuesto, no está de acuerdo con Bernard Shaw.

El “fervor” que postula Zagajewski se llama unas veces “poesía”, otras “estilo sublime”... Se llama también “polaco”, para él y para sus compatriotas. Y al revés: junto con la televisión descerebrada, los bronceados autores de bestsellers, el cine norteamericano o las playas atiborradas de gente, entre los enemigos de ese “fervor” hay que incluir también al transfuguismo idiomático.

Poco después de la guerra civil española, un catedrático de latín falangista, Antonio Tovar, declaró que uno de los cinco grandes logros de la España de Franco había sido la muerte de la literatura catalana. Se equivocó, como ahora es claro, porque actualmente en Cataluña el catalán convive con el castellano sin complejos. Pero a punto estuvo de acertar: en los años cuarenta, de hecho, no se publicaban prácticamente libros en catalán. Por fortuna, en el momento decisivo no faltaron plumas dispuestas a hacer lo raro, a escribir en catalán y no en castellano. Y es verdad que el aeropuerto de Barcelona no puede ofrecer postales de nóbeles catalanes (no los hay), pero el catalán sigue vivo, mientras que el gaélico, al menos como lengua literaria, no parece.

Un pueblo es muchas cosas, pero es también una lengua. Los escritores catalanes, y más aún los polacos, han mostrado una mayor voluntad de integrar pueblo, tierra y lengua que los irlandeses, de los que se pueden decir muchas cosas buenas, pero no ésa.

Me parece revelador el hecho de que Yeats y Beckett hayan muerto en Francia y Bernard Shaw en Inglaterra: dejando aparte a Heaney, que sigue vivo, resulta que ninguno de los premios Nobel irlandeses ha muerto en Irlanda.

venerdì 13 giugno 2008

Salinger en la corta distancia

Érase un escritor que a los 32 años publicó una novela. La novela tuvo un éxito feroz: de público, de crítica y de lo que uno quiera. Él, sin embargo, se recluyó en su casa y no volvió a dejarse ver por nadie, o por casi nadie (hay historias al respecto), ni a escribir prácticamente nada: en adelante publicó sólo dos o tres libros de pocas páginas con piezas breves antiguas que ya habían salido en el New Yorker, y poca cosa más. Si no ha muerto, que no me parece, en su casa seguirá, casi nonagenario.

El escritor es Jerome-David Salinger; la novela, El guardián entre el centeno (1951). Yo, la verdad, la leí hace algún tiempo y disfruté con ella, pero tampoco me pareció una cosa extraordinaria. Sí me lo ha parecido, en cambio, Nueve cuentos (Alianza, 2003), una recopilación que Salinger publicó dos años después de la novela. En mi opinión (si es que mi opinión vale algo), Salinger es mayor como autor de cuentos que como novelista. Recuerdo en particular tres de esos relatos: Justo antes de la guerra con los esquimales, En el bote y El hombre que ríe. Los dos primeros son sustancialmente dialogados; el tercero está escrito en primera persona por un testigo ajeno al meollo de la historia (el propio Salinger, da la impresión, aplicado al recuerdo de unos hechos de su infancia).

En los tres hay figuras que se me agarran al corazón, que me hacen soñar: la madre del niño triste de En el bote (Boo Boo Tannenbaum, uno de los dos personajes de Nine Stories que abren paso a la saga de la familia Glass, desarrollada en la exigua narrativa posterior del Salinger ermitaño, a partir de Franny y Zooey); el jefe scout de El hombre que ríe; el excéntrico desinhibido de Justo antes... Son personajes en los que el ingenio y la conciencia de la propia limitación van en paralelo. Tienen dificultades, tienen desgracias tremendas, pero tienen también algo que decir y que hacer, y en ese pequeño espacio de creatividad recortado a la tragedia de la existencia se mueven francamente bien.

Frente a estos héroes de pocas páginas, que saben hacer reír pero que indudablemente saben también, por experiencia personal, lo que es cruzar espadas con el destino, el Holden de El guardián entre el centeno casi me parece un pobre payaso que ni siquiera hace gracia.

venerdì 6 giugno 2008

Il parroco e la turista

A Firenze, il mese scorso, facendo turismo una mattina, ho comprovato che sono sempre di più le chiese con visita a pagamento.

Nel Duomo e in San Lorenzo, comunque, io sono entrato gratis. Infatti se entri in chiesa per pregare non paghi: certo, allora non puoi accedere a tutto il recinto del tempio, ma un giretto ridotto puoi farlo benissimo dopo aver pregato (o assistito alla messa, o fatto la confessione).

Ad ogni modo io veramente volevo pregare: il giorno precedente una amica aveva subito un brutto contrattempo, e con il marito mi ero impegnato a pregare per lei e per lui; e poi, a parte l’aspetto cultuale, delle chiese apprezzo l’arte..., ma soprattutto quel tesoro massimo che esse custodiscono e che i turisti, bramosi di spiegazioni sonore, non sanno trovare (ed impediscono ad altri di trovare): il silenzio.

Poco prima avevo letto un libro, Più gioia in cielo (Paoline, 2001): un libro di spiritualità scritto bene e che rivela nell’autore, il sacerdote milanese Andrea Mardegan, un pensiero preciso su cosa implica oggi la scelta della fede. Nel libro mi aveva colpito un commento sull’episodio evangelico in cui Gesù attacca discorso con una donna samaritana.

Nel racconto di Mardegan, la samaritana diventa una turista attuale in visita a una chiesa, e Gesù un sacerdote in confessionale. E così, allo stesso modo che la foto che Creck mi ha fatto a Firenze rientra nella cornice più ampia della foto fatta da Suso alle sue spalle, anche l’immaginato dialogo tra il parroco e la turista si inserisce in una storia più grande, fa parte di quell’altro colloquio di significato eterno che Gesù ha avuto con la samaritana.

Il dialogo tra il parroco e la turista finisce con la confessione di questa. La scena, ovviamente, potrebbe aver avuto luogo in una delle tante bellissime chiese di Firenze... Oppure di Roma, la mia città.

Appunto perciò, consentitemi di indirizzare ai romani un po’ di pubblicità della confessione. Ho trovato su internet dati riguardanti i confessionali di dieci chiese di Roma: chiese di dieci quartieri diversi. Eccole, con i relativi link agli orari delle confessioni: chiesa del Gesù (Centro), San Giovanni Battista in Collatino (Casal Bruciato), parrocchia della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo (Torrenova, 8º municipio, dopo il raccordo), San Gabriele dell'Addolorata (Cinecittà), San Gregorio Barbarigo (Eur), San Francesco Saverio (Garbatella), San Girolamo a Corviale (Portuense), San Giulio (Gianicolense), Cristo Re (Prati), San Pio X (Balduina).

“Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”, dice Gesù nel Vangelo, e da questa frase ha ricavato Mardegan il titolo del suo libro. Già, ma anche in terra c’è tanta gioia per la confessione dei peccati e la riconciliazione con Dio: chiedete alla turista..., o meglio fate la prova voi stessi.

Non è abituale, purtroppo, sentire il consiglio di andare a confessare. Eppure confessarsi è il modo migliore di mettere a posto la coscienza. Lo dico per esperienza propria.