sabato 15 settembre 2012

La Provenza de Marcel Pagnol

No sé cómo se llama una novela formada por dos libros. ¿Díptico? La de tres es una trilogía; la de cuatro, una tetralogía; la de dos, no lo sé.

El agua de las colinas, de Marcel Pagnol (1895-1974), compuesta por Jean de Florette y La hija de los manantiales, sería una de esas novelas. Es muy distinta de otras en las que uno puede pensar, por ejemplo el Quijote: en esta, tanto la primera como la segunda parte tienen por protagonista a Don Quijote; en El agua de las colinas, en cambio, cada parte tiene su propio protagonista. En castellano, que yo sepa, hay solo una edición de hace muchos años, en la colección Novelas y Cuentos (Magisterio, 1977). Es una novela que se merecería algo más.

Pagnol ambienta su historia en Provenza, su tierra de origen. Tierra de trovadores, orgullosamente mediterránea, indiferentemente francesa, tentadora tras sus fronteras abiertas. Los condes de Barcelona en la Edad Media y Mussolini en 1940 intentaron arrebatarla a la esfera de influencia de la langue d’oil, en ambos casos sin éxito. Para los primeros, la unión del valle del Ebro y el del Ródano resultó imposible por la tensión geopolítica del valle del Garona, que se encaja entre ambos y corre en otra dirección; y también por la tensión religiosa generada por el catarismo albigense, que los Capetos tomaron como excusa para bonificar a su gusto la región. Pero Provenza sigue siendo hoy un recuerdo vivo en Barcelona: en el Eixample, entre las calles que recuerdan la geografía de la antigua Corona de Aragón (Aragón, Valencia, Mallorca, Rosellón, Cerdeña, Sicilia, Nápoles…), no falta un “carrer de Provença”.

Jean de Florette, volviendo a la novela, es el nombre del padre de Manon. Bueno, su nombre es Jean: Florette es el de su madre, porque los personajes de esta historia no llevan un nombre y un apellido: llevan su nombre y el de su madre. Me parece muy sabio: quién es tu madre dice mucho más de ti que quién fue el antepasado por línea paterna que fijó su apellido y el tuyo.

Jean es uno de esos tipos que me gustaría tener como amigo: idealista, trabajador, hospitalario, culto… También ingenuo, reconozcámoslo: tiene algo de cátaro, al menos en su sentido etimológico de “puro”. Eso sí, cuando las cosas no le vayan bien pasará de la ingenuidad a la desesperación; y acabará bebiendo y maldiciendo a Dios.

El Papet, su antagonista, es de otra pasta. Ambicioso y carente de escrúpulos, es también, sin embargo, un hombre marcado a fuego por el dolor, un dolor que el destino, en cierto momento, convertirá en expiación. Esto en realidad pertenece ya a la segunda parte: a la historia de Manon. Pero discurre subterráneamente también en la primera, como esa agua de las colinas que Jean de Florette busca bajo sus pies; como esas corrientes de dolor que todos sentimos alguna vez y que quizá desearíamos cegar, aunque nos hablan de amor.

venerdì 31 agosto 2012

Thomas Mann in esilio

Correva l’anno 1933, e trovandosi in viaggio in Svizzera per un giro di conferenze, Mann ha saputo dell’avvento al potere di Hitler in Germania. A quel punto ha deciso di non tornare in patria. La decisione sarà revocata soltanto dopo la seconda guerra mondiale, e così Giuseppe in Egitto e Giuseppe il nutritore, parti terza e quarta di Giuseppe e i suoi fratelli, saranno scritte in esilio, tra la Svizzera e gli Stati Uniti.

Per la verità, anche le due prime parti, Le storie di Giacobbe e Il giovane Giuseppe, non ancora pubblicate all’inizio del 1933, si vedranno investite dalle circostanze politiche, ma grazie a Dio il pericolo peggiore, che era quello della distruzione, sarà evitato. La casa di Monaco di Thomas Mann è subito requisita dalla polizia, ma i manoscritti sono presto messi in salvo grazie al sangue freddo della figlia Erika, che effettua una audace incursione nella casa e li porta via. Saranno pubblicati negli anni 1933 e 1934.

Si può dire che a questo punto la biografia dello stesso Mann entra in sintonia con l’avventurosa vicenda del simpatico personaggio biblico: entrambi conoscono una sorta di discesa agli inferi. Infatti nelle prime pagine di Giuseppe in Egitto c’è un riferimento esplicito a questa situazione: come Giuseppe a un certo punto, dopo essere stato venduto dai fratelli, arriva in Egitto in esilio forzato, scrive Mann, così l’autore, proprio quando si avvia a raccontare quel momento della vita di Giuseppe, ha dovuto prendere la strada dell’esilio.

Ma Giuseppe, come sa chi ha letto la Bibbia, conoscerà ancora una seconda discesa agli inferi, per via del famoso incidente con la moglie di Potifar. È un fatto interessante, oltre la sua evidente morbosità. René Girard, per esempio, ha rilevato l’analogia tra Giuseppe e Edipo, riscontrabile pure, secondo lui, in altre figure mitiche di ambiti culturali molto diversi. Come il tragico personaggio greco, Giuseppe è innocente ma viene presentato —agli egiziani— come autore di un delitto sessuale che infrange le fondamenta dell’ordine sociale. Ma attenzione, dice Girard, in Giuseppe (e cioè nella Bibbia) c’è una specificità, c’è una differenza radicale con le storie di Edipo e consimili malcapitati: lui alla fine sfuggirà il destino, supererà la maledizione che la sua pseudo colpa gli impone.

Infatti, dopo questa seconda discesa agli abissi risalirà non già fino alla casa di Potifar, ma fino alla corte del faraone. La storia è conosciuta, o almeno dovrebbe esserlo. Comunque vale la pena di leggerla, sia nella Bibbia che nella versione di Thomas Mann, anche perché è proprio nel raccontare queste oscillazioni capricciose della fortuna dove l’arte letteraria di Mann, che non lascia niente al caso e tutto ordina con precisione e rigore, forse più alto vola.

venerdì 17 agosto 2012

Thomas Mann: una lettura della Bibbia

Esistono le trilogie, storie in tre libri, molto amate dagli autori inglesi e francesi. Ed esistono pure le tetralogie, amate piuttosto, mi sembra, dagli scrittori tedeschi: quattro romanzi che compongono una unica storia. Per esempio, quel capolavoro di Thomas Mann che ha per titolo Giuseppe e i suoi fratelli, reperibile, in italiano, in una bella edizione di Mondadori in quattro volumi con cofanetto (2006).

Giuseppe e i suoi fratelli, che ha impegnato Mann per ben due decenni della sua vita, dal 1924 al 1943, ha complessivamente duemilatrecento pagine. Ma nella Bibbia che ho in casa il racconto delle vicende di Giacobbe e Giuseppe, che è la materia della tetralogia di Mann, di pagine ne occupa quaranta. Quindi possiamo dire, con barzelletta banale, che il Mann, che in tedesco sta per l’uomo, ha messo parecchie sue parole sopra la Parola di Dio.

Sì, certamente lo ha fatto; ma lo ha fatto molto bene. Mann ha studiato tantissimo l’antichità mediorientale, e in particolare le religioni; poi ha stabilito un preciso scopo di argomentazione (una riappropriazione del mito in senso umanistico, di fronte all’apoteosi dei miti pagani nella Germania prebellica); e infine si è votato a tessere in tutti i possibili particolari, con la sua scrittura torrenziale e affascinante, ciò che può essere stato la storia di Giuseppe.

Per esempio, nel secondo volume, Il giovane Giuseppe (il primo è Le storie di Giacobbe), Mann ci fa immaginare la formazione che ha impartito a Giuseppe un vecchio maestro sapienziale di nome Eleazar. È un episodio che trovo molto gustoso:

«“Dimmi, o figlio della Giusta”, gli domandava quando sedevano insieme all’ombra dell’albero degli ammaestramenti, “per quali tre ragioni Dio creò l’uomo per ultimo, dopo tutte le piante e tutti gli animali?” Giuseppe doveva allora rispondere: “Dio creò l’uomo per ultimo in base a tre ragioni: perché nessuno potesse dire di averlo aiutato nella creazione; perché l’uomo conoscesse l’umiltà e dicesse a se stesso: ‘Il moscone mi ha preceduto’; e infine perché l’uomo potesse subito sedersi a tavola come l’ospite per cui tutti quei preparativi erano stati fatti”».

Devo dire che forse non tutto in Giuseppe e i suoi fratelli è compatibile con la esegesi cattolica del libro della Genesi; ma probabilmente in una percentuale molto alta lo è. Ovviamente i discorsi tra Eleazar e Giuseppe lo sono. Mann comunque era protestante, per cui non si faceva scrupolo di interpretare liberamente la Bibbia.

In realtà, a me piacerebbe che anche in questo altri scrittori imitassero Thomas Mann. La Bibbia offre tante belle storie che chiedono di venire ripresentate! Penso, per esempio, alla parabola del figliol prodigo, che si potrebbe espandere moltissimo, a cominciare dalla storia della madre (dico io che il figliol prodigo avrà avuto, oltre al padre, anche una madre, no?), e che tanto potrebbe aiutarci a mettere a fuoco in senso trascendente le nozioni, per noi uomini decisive, di colpa e misericordia.

domenica 29 luglio 2012

La fede cristiana spiegata da Lewis

“Non perdere il tempo a pensare se ami o meno il prossimo: comportati come se lo amassi”. È una delle tante idee di un piccolo capolavoro dell’apologetica del XX secolo che ha per autore C.S. Lewis e per titolo Il cristianesimo così com’è. In Italia si trova nel catalogo di Adelphi.

Nato dalle varie puntate di una trasmissione radiofonica andata in onda negli anni quaranta, ha un linguaggio spigliato ma preciso, ironico ma accogliente. Non è soltanto un’opera di divulgazione, è una riflessione sulla fede con tanti spunti originali, d’autore.

Soltanto l’uomo che si propone di combattere tenacemente il male —dice per esempio Lewis a un certo punto— può conoscere la portata della propria depravazione; colui che invece si arrende alla tentazione dopo cinque minuti non s’immagina la forza che quella stessa tentazione può raggiungere dopo un’ora. E io penso che è per ciò che i santi parlano così male di se stessi. Comunque il ragionamento di Lewis non finisce qui: di fronte alla pressione del male —continua— non ci resta che lasciar fare a Dio, e ciò è fede. E a me sembra, nella sua semplicità, una bella definizione di fede: se Dio è Dio, credere in Dio significa lasciarlo fare nella propria vita.

Il cristianesimo così com’è ha più di sessant’anni, e ovviamente non si confronta con alcune questioni recenti che adesso forse ci sembrano determinanti per il futuro della religione; ma è meglio così, perché in realtà non sono per niente determinanti. Che aggiunge o che toglie ai dati essenziali del cristianesimo l’accettazione sociale della convivenza extramatrimoniale, della contraccezione, dell’omosessualità? Che aggiungono o che tolgono alla verità del vangelo il caso Milingo o le carte di Vatileaks? Niente.

Il mistero di Cristo va affrontato nella sua sostanza, senza sofisticazioni e senza mistificazioni: così com’è.

domenica 15 luglio 2012

En el espejo del teatro

Un título como La barca sin pescador hace pensar enseguida en un libro confesional. En la imaginería católica, la barca es la Iglesia y el pescador por antonomasia es san Pedro. Si además nos dicen que en el libro el causante de que la barca esté vacía es el demonio, nos imaginaremos enseguida que La barca sin pescador es un ensayo polémico de tipo lefebvriano o algo por el estilo.

Naturalmente, no es un alegato lefebvriano lo que más me apetece comentar en esta sede. Y naturalmente, La barca sin pescador no lo es: es una obra de teatro de Alejandro Casona. Estrenada en 1945, fue uno de los grandes éxitos de Casona en Argentina, adonde había marchado tras la guerra de España. He visto una edición reciente en un volumen de pequeño formato (Edaf, 2009).

El teatro de Casona, dicen algunos, quiere ser poético, como el de García Lorca, pero solo es sentimental. La barca sin pescador demuestra, en cambio, que Casona es sentimental, pero también poético. De acuerdo, alguna vez hay notas falsas, incluso hay atisbos de cursilería, porque también Casona, como Homero (y como García Lorca, vamos a decirlo todo), de tanto en tanto dormita; pero el tono general de la obra, tanto por lo que hace a la palabra como a la acción escénica, me parece sugestivamente puro.

Sale el demonio, he dicho. Interesante personaje, que nadie sabe muy bien realmente cómo es. Casona lo representa con rasgos bastante humanos, y creo que hace bien. Hay un punto de Camino que me trae inmediatamente a la memoria al demonio de La barca sin pescador: “El mundo, el demonio y la carne son unos aventureros que, aprovechándose de la debilidad del salvaje que llevas dentro, quieren que, a cambio del pobre espejuelo de un placer —que nada vale—, les entregues el oro fino y las perlas y los brillantes y rubíes empapados en la sangre viva y redentora de tu Dios, que son el precio y el tesoro de tu eternidad”. El sacerdote y poeta Ibáñez Langlois glosa con entusiasmo en uno de sus libros esa hermosa metáfora de Escrivá de Balaguer, tan eficaz para expresar la triste realidad del pecado como estafa.

También el drama de Casona es una bella alegoría de esa verdad moral. Ricardo Jordán, el protagonista, la experimenta en su propia carne. Pero además nosotros, el público lector o espectador, si somos sinceros con nosotros mismos, la reconocemos también como algo propio: como la comedia de los actores de Elsinor, espejo de la vida, interpela a la madre y al tío de Hamlet, La barca sin pescador, igualmente imagen de nuestra vida, nos reclama, nos conmueve y nos hiere.

sabato 30 giugno 2012

Viktor Frankl: trascendencia e ironía

Hay un libro que he aconsejado a muchas personas y que para mí ha sido una lectura capital. Como se ha vendido por millones de ejemplares, supongo que mi experiencia no es insólita. Me refiero a El hombre en busca de sentido, de Viktor Frankl (1905-1997), el padre de la logoterapia. Es una fuente de citas habitual en las elecciones presidenciales americanas. Sin embargo, es un libro serio. Ha sido publicado y mil veces reeditado por Herder.

Me acordé de él el otro día. Un amigo me había invitado a la presentación de un libro. Hablaba, entre otras personas, un hombre mayor, experto precisamente en psicoterapia: sin duda buena persona, pero quizá un tanto obsequioso con su propio ego. Del libro habló tres o cuatro minutos; el resto, más de una hora, lo dedicó a hablar de sí mismo. El moderador, un periodista, intentó vanamente quitarle la palabra en varias ocasiones. Era patético. Un suspiro de alivio se levantó del público, con los aplausos, cuando la intervención de aquel genio de la psiquiatría —no daré su nombre, llamémosle por ejemplo Genius— finalmente terminó. Mi amigo, su novia, que también se había apuntado, y yo salimos de allí rápidamente, pues era tarde. Pocos debieron de quedarse al refresco.

Al día siguiente, mi amigo, que a la salida del acto me había pedido disculpas por la invitación, me mandó un sms: “Mi novia me ha dicho que después de lo de anoche no quiere volver a verme. ¿Qué hago? ¿Le pido consejo a Genius?”.

Buena cosa, la autoironía. En Genius, por cierto, la eché en falta.

Es una de las ideas fundamentales de El hombre en busca de sentido: la neurosis solo se vence cuando uno es capaz de reírse de sí mismo; o, lo que es lo mismo, de trascenderse a sí mismo y, de ese modo, buscar el sentido de la vida fuera del circuito cerrado de la propia existencia. Curación por el sentido: eso significa la palabra “logoterapia”.

De ahí derivan muchas consecuencias de orden teórico y práctico: por ejemplo, la famosa propuesta de Frankl a los americanos de que, además de la estatua de la Libertad que hay en Nueva York, erijan en la costa del Pacífico un monumento a la Responsabilidad, pues la trascendencia necesita de ambos principios, no solo del primero; o su oposición categórica al determinismo, que bloquea el círculo virtuoso en el que se mueven la libertad, la responsabilidad, la trascendencia y la ironía.

Con todo, lo que a mí más me impresiona del discurso de Frankl sobre la búsqueda de sentido es su afirmación de la posibilidad de encontrar sentido al sufrimiento. Hay que saber que sus palabras son las de un superviviente de Auschwitz, que además en los campos de exterminio nazis perdió a su mujer, a sus padres y a un hermano.

venerdì 15 giugno 2012

Gladiatori del latino


Il Corriere ha pubblicato lunedì scorso una breve apologia del latino firmata da Luciano Canfora. È un tema su cui confesso di aver cambiato pensiero: una volta non credevo nel latino, adesso sì. A modo di attestato della mia conversione, riproduco in questo spazio l’articolo di Canfora come apparso nel Corriere.


Difendere l'Insegnamento del latino non è una battaglia di retroguardia

Sembra di retroguardia la «battaglia del latino». E invece non lo è affatto: tutti i rami del sapere hanno pari dignità. Solo i parvenus pensano che scienze cosiddette dure più lingua inglese bastino a formare cittadini consapevoli e ceti dirigenti capaci di pensare. Potremmo osservare che nella lontana Cina è appena terminata la stampa dell'edizione bilingue (latino e cinese) del Corpus iuris giustinianeo. La Cina infatti, volendosi dotare di un apparato giuridico moderno e organicamente strutturato, ha preferito il diritto romano al «Common Law» anglosassone. Solo agli ignoranti notizie di questo genere non fanno impressione.

Il balbettio che anni addietro inneggiava alle «tre i» non porta lontano: semmai abbrutisce. Archivi e biblioteche d'Europa (e degli Usa in quanto approdo di ingenti materiali bibliografici di pregio trasmigrati nel tempo, in varie guise, dall'Europa) pullulano di testi, manoscritti e a stampa, in latino e anche in greco o bilingui. Un bel problema per bibliotecari e archivisti. Chi, tra qualche decennio, saprà decifrare almeno il frontespizio di una cinquecentina o di una secentina o intendere il contenuto di un documento della cancelleria papale, la volta che latino e greco saranno scomparsi dal corso di studi?

Il 12-14 aprile scorsi si è svolto a Torino un importante convegno promosso dal Miur e dal Liceo Internazionale di Ivrea (diretto da Ugo Cardinale) sullo stato di salute delle lingue classiche nelle scuole d'Europa. Gli atti appariranno presto presso il Mulino. Hanno parlato autorevoli docenti di Spagna, Francia, Belgio, Germania, Inghilterra, Finlandia, Russia, Grecia, Ungheria e Italia. È risultato che l'unico Paese dove il curriculum liceale comporta, non ridotto a capricciosa opzione, lo studio di latino e greco è l'Italia. Da noi però già qualcuno vuol buttare fuori il latino dal liceo scientifico: una vera volgarità, degna delle menti che partorirono, per l'università, l'infame tre + due, ormai riconosciuto da tutti come una tragica buffonata. Ben vengano dunque gli appelli francesi di cui ha detto ieri Avvenire. Possono giovare a noi: difficilmente produrranno un ripristino, in Francia o altrove, della completezza formativa di cui la conoscenza delle lingue e civiltà antiche è parte necessaria. Luciano Canfora.