domenica 14 febbraio 2010

Shakespeare y Samuel Johnson

En el año 2003, la editorial Acantilado publicó una traducción del Prefacio a Shakespeare de Samuel Johnson: cien páginas de lectura fluida, con un sucinto pero útil aparato de notas.

Fechada en 1765, un siglo y medio después de la muerte del Bardo, la edición de las obras de Shakespeare del llamador Doctor Johnson, que aprovechó y corrigió las no pocas ediciones anteriores, conoció una gran fortuna. Sobre todo, tuvo la fortuna de encumbrar como poeta nacional al hombre oportuno, Shakespeare, en el momento oportuno, el de la enconada enemistad entre la Inglaterra de Jorge III y Francia.

De esa edición, el Prefacio es sólo una parte: una parte pequeña, si tenemos en cuenta que la obra se presentaba en ocho volúmenes. Importantes son también las notas al texto y, sobre todo, el texto mismo de Shakespeare, que Johnson fijó críticamente (con algún error, todo hay que decirlo).

Me ha gustado, del Prefacio, la sinceridad con que el Doctor Johnson reconoce los defectos de Shakespeare: no sólo los que los críticos anteriores habían denunciado, sino también otros que él encuentra y que quiere poner de manifiesto para que, al defender luego a su autor, no se le pueda considerar partidista. Doce en total, si he contado bien. El último es el abuso de los juegos de palabras: “el retruécano fue su fatal Cleopatra, por el que todo lo perdió contento de perderlo”, concluye Johnson lapidariamente.

Con las espaldas cubiertas por esa lista de fallos de Shakespeare, Johnson puede afrontar la gran cuestión del Prefacio, que es, me parece a mí, la de las libertades que su autor se toma con los moldes dramáticos clásicos. Shakespeare, por ejemplo, no observa la ley de la unidad de acción, de tiempo y de lugar. Y al respecto Johnson hace notar que la realidad no es lo mismo que su representación, y que en la escena teatral la representación puede dar saltos en el tiempo y en el espacio porque, evidentemente, puede darlos en la mente humana. Un buen rejón para la ortodoxia neoclásica, que interpretaba con excesiva rigidez la Poética de Aristóteles.

Asimismo, Shakespeare mezcla la tragedia y la comedia. Pues claro, dice Johnson, porque la vida de los hombres, en la que dolor y risa se entreveran, no está sujeta al corsé de los géneros dramáticos: Shakespeare, afirma Johnson, es el “poeta de la naturaleza” , y conmueve porque es creíble; y es creíble porque sus personajes actúan como actuaríamos nosotros en sus circunstancias y no según el formalismo abstracto de una cierta preceptiva.

Así sea. Eso sí, luego uno se encuentra con que los dramas de Shakespeare, desde su primera edición (el infolio de 1623 o First Folio) hasta las más recientes (incluyendo, por supuesto, la de Johnson), se dividen en tragedias, comedias e historias, aunque en cada obra haya un poco de todo. La distinción será seguramente, como insinúa el Doctor Johnson, una falsificación de la naturaleza, pero es una falsificación necesaria.

venerdì 29 gennaio 2010

Vuoto e rumore (ancora su Natalia Ginzburg)

Nel 1970, Natalia Ginzburg ha riunito in un libro alcuni saggi brevi che aveva scritto negli anni precedenti per giornali e riviste. Il volume, dall’incalzante titolo Mai devi domandarmi, è stato riproposto successivamente più volte, sempre da Einaudi. L’ultima edizione è del 2007.

Di questo libro, letto e restituito anni fa, conservo due citazioni. Due frammenti coraggiosi sul vuoto come mondo interno ed esterno dell’uomo nuovo contemporaneo. Certo, Mai devi domandarmi ha compiuto quarant’anni e sarebbe il caso di verificare fino a che punto le sue osservazioni siano ancora valide. Se interessa il mio giudizio, io direi che lo sono, cioè che interpellano anche l’uomo a noi contemporaneo, perché colgono aspetti di un certo momento dell’umanità che non sono stati ancora divorati dal tempo.

Per Natalia Ginzburg, il vuoto come habitat dell’uomo attuale trova una manifestazione lampante, per esempio, nell’arte, con le sue banali proposte di fuga dalla bellezza. “Portando così di peso nell’arte la realtà più transitoria e più vile”, scrive la Ginzburg, “l’uomo di oggi intende esprimere il vuoto e la sfiducia che lo circonda, vuoto da cui non trae che una scopa, una palla di vetro o una macchia di vernice”.

Ma non è soltanto il vuoto diciamo “ambientale” a essere pateticamente espresso in tali proposte: in esse, prosegue la nostra autrice, traspare pure il vuoto psicologico, interno all’artista, che esprimendo tramite oggetti squallidi il vuoto esteriore “esprime anche la sua volontà di risparmiare a se stesso il sangue, il travaglio, lo strazio e la solitudine della creazione”.

Poi c’è l’altra citazione, che in realtà mi piace di più. È sulla sregolatezza come manifestazione del vuoto e come vicolo cieco dell’animo. Infatti nell’uomo nuovo, nell’uomo diciamo “liberato”, Natalia Ginzburg constata una angoscia più insidiosa dei vecchi asservimenti. “L'essersi così sbarazzato di complessi e inibizioni”, dice, “non lo rende fiero né lo rallegra, perché l'uomo di oggi non ha dentro di sé un luogo dove rallegrarsi o andar fiero. Inoltre sa che il mondo delle angosce e degli incubi non si è dissolto, ma è stato semplicemente chiuso fuori e si affolla sulla sua soglia”.

È così, dice la Ginzburg, che emerge l’uomo tutto sesso, droga e rock & roll. “Gli strumenti per difendersi da queste presenze nascoste gli sono stati insegnati, ed egli li adopera. Essi sono la droga, la collettività, il rumore, il sesso. Sono le espressioni molteplici della sua libertà. Non fiera e non allegra, e nemmeno disperata perché non ha memoria d'aver mai sperato nulla, priva di passato e di futuro perché non ha né propositi né ricordi, questa libertà dell'uomo di oggi cerca nel presente non una fragile felicità, che non saprebbe come usare non possedendo né fantasia né memoria, ma invece una fulminea sensazione di sopravvivenza e di scelta”.

Lo sballo come forma di vita, anzi di sopravvivenza: ecco l’approdo del vuoto nell’uomo di oggi. D’accordo, non è una scoperta che nessuno abbia fatto prima della Ginzburg. Ma lei lo dice così bene...

venerdì 15 gennaio 2010

Natalia Ginzburg: un tocco di leggerezza

Molto interessante, l'ultimo articolo di Cesare Segre sul Corriere: quello dell’altro ieri. Un articolo sui registri del linguaggio: su perché certe parole, certe metafore, certi modi di dire sono in vigore, appartengono a mondi particolari, con esclusione degli altri; e cioè non sono scambiabili, o non dovrebbero esserlo, con espressioni, pur semanticamente equivalenti, proprie di altri mondi.

Leggendolo ho pensato a Lessico famigliare, il commovente romanzo autobiografico di Natalia Ginzburg. A quasi mezzo secolo dalla sua apparizione, Einaudi ne ha sfornato in queste settimane una nuova edizione, con postfazione di Domenico Scarpa (una postfazione, diciamo la verità, che non ho letto).

Lessico famigliare è, certamente, la storia dell’autrice e delle persone a lei care, dai genitori al marito Leone, da Olivetti a Pavese. Ma questa storia è raccontata con cenni rapidi, fugaci, elusivi. La colonna vertebrale del romanzo è, in realtà, il rapporto che Natalia stabilisce con il mondo, a partire dall’infanzia, tramite il sistema di segni e significati in cui viene educata: “diceva mio padre...”, “mia mamma diceva...”, sono espressioni che la Ginzburg infilza in continuazione nel libro; formule magiche che rimandano a una forza segreta e che consentono di dare anche al racconto dei fatti più duri un tocco sorprendente di leggerezza.

Ecco, per esempio, il racconto della morte del marito, che nella foto vediamo con lei. Siamo a Roma alla fine del 43, durante l’occupazione tedesca: “Arrivata a Roma, tirai il fiato e credetti che sarebbe cominciato per noi un tempo felice. Non avevo molti elementi per crederlo, ma lo credetti. Avevamo un alloggio nei dintorni di piazza Bologna. Leone dirigeva un giornale clandestino ed era sempre fuori di casa. Lo arrestarono, venti giorni dopo il nostro arrivo; e non lo rividi mai più”.

Ed ecco, nel paragrafo successivo, il rimando al lessico famigliare: “Mi ritrovai con mia madre a Firenze. Aveva sempre, nelle disgrazie, un gran freddo; e si ravviluppava nel suo scialle. Non scambiammo, sulla morte di Leone, molte parole. Lei gli aveva voluto molto bene; ma non amava parlare dei morti, e la sua costante preoccupazione era sempre lavare, pettinare e tenere ben caldi i bambini”.

In questo caso, il lessico famigliare è fatto di parole non dette. Di silenzi pregnanti, svettanti all’apice della leggerezza. Perché, come dice Steiner, il silenzio è sempre più vero.

domenica 27 dicembre 2009

Immaginazione zero

Tra le raccolte di fiabe di Andersen, L’ombra e altri racconti (Orecchio Acerbo, 2005) non è quella più recente. Ma ha un titolo interessante, che rende omaggio a uno dei pezzi meno celebri ma secondo me più perfetti dell’autore danese, L'ombra. Non mi piace, invece, nel titolo, la voce “racconti”: è più bello “fiabe”, non vi pare?

L’ombra è la storia, intelligente quanto divertente, di un uomo che un giorno commette il peccato di scavalcare intenzionalmente con la propria ombra il balcone della casa di fronte, e che anni dopo —questa sarà la sua penitenza— si vede asservito da quella stessa ombra, ormai autonoma. Mi sembra una parabola profetica dei nostri giorni, beatamente affetti da “guardonite”.

La colpa non è dei media, o non è soltanto loro. Si dice spesso che siamo “bombardati” dalle loro indiscrezioni sulla vita privata degli altri; ma se davvero il gossip fosse percepito come una bomba, come un pericolo per noi, sparirebbe per difetto di domanda. Siamo semplicemente “invitati” al buco della serratura; e sono ben pochi a voler rinunciare a quella delizia, a non guardare, a non giudicare.

Eppure quel buco della serratura è un pericolo: c’è qualcosa di noi che rimane appiccicato ad esso, come l’ombra della storia, che una volta che si è introdotta nella casa di fronte si stacca dal suo padrone. C’è qualcosa, quindi, che si stacca da noi e che fa di quello sguardo indiscreto una perdita anziché un guadagno.

Certo, c’è anche l’esigenza di informazione, a tutela del bene particolare e anche del bene comune. E, per esempio, è nell’interesse pubblico che colui che governa (la nazione, la regione...: da noi ce n’è per tutti) sia una persona moralmente accettabile, cosa che invece forse in altri —il dentista, il tabaccaio— non ci preoccupa più di tanto, cioè possiamo passarci sopra senza tante storie. Ma una democrazia guardona, una democrazia cioè che, come si direbbe in gergo, non lascia niente all’immaginazione, è una democrazia al capolinea: cieca, in fin dei conti.

Ed è questo il punto, o almeno uno dei punti: l’occhio del grande fratello vede tutto, ma è interiormente cieco.

L’ombra tocca molti altri temi (la poesia, il potere, la conoscenza, il matrimonio...), e quindi non le rendo giustizia con questa chiosa sbrigativa. Ma penso che Andersen forse sarà contento di vedere rivendicata in questa sede una facoltà, l’immaginazione, che proprio lui ha esercitato in modo esimio.

domenica 13 dicembre 2009

El manuscrito de Fermín

En San Millán de la Cogolla, en un congreso sobre manuscritos literarios que ha habido esta semana y al que me ha enviado mi jefe, me he encontrado con un viejo conocido, Fermín de Aldoz, investigador académico en ciertos frentes recónditos de la literatura española y poeta aficionado. Él y yo nos intercambiamos desde hace tiempo poesías y tentativos literarios de distinto tipo, y al menos yo a él he llegado a apreciarle no sólo como amigo, sino también como poeta.

Naturalmente, Fermín no brilla a la altura de esos grandes faros de la poesía de los que se ha hablado en el congreso: Pedro Salinas, Carmen Conde, Miguel Hernández... Él juega en otra liga, y que no se tome a mal mi sinceridad. Pero, con su autorización, y ya que él no se decide a publicar nada o casi nada, voy a permitirme ventilar desde mi modesta tronera una poesía que me mandó hace bastantes años. Por su evidente ingenuidad y por su latente vibración religiosa, me parece muy apropiada para la circunstancia navideña.

Y ya que estamos, que sepa quien esto lea (si alguien lo lee, porque el paso del manuscrito a la edición no garantiza la lectura del público, y esto es algo sobre lo que en San Millán nada se ha dicho, me parece), que sepa, digo, que el editor de Buenos libros nos dé Dios (y, desde hoy, de este manuscrito de Fermín de Aldoz) le desea una serena y feliz Navidad.

Susurro

Sólo quiero susurrarte,
con un susurro ligero,
no sea que me despierte
y que deje de soñarte,
lo de siempre, que te quiero,
que sólo quiero quererte.

Sólo quiero acompañarte,
hacer mío tu sendero,
compartir tu misma suerte,
abrazarte en cualquier parte,
regalarte el mundo entero,
vivir después de la muerte
sólo pensando en buscarte
para decirte te quiero,
para empezar a quererte,
para que el mundo se aparte
y yo, empezando de cero,
pueda a ti sólo tenerte.

Sólo quiero susurrarte
que una sola cosa quiero:
sólo a ti sólo quererte.

domenica 29 novembre 2009

Luminosidad

A la distancia
exacta, las bombillas
se hacen estrellas.

Al nuevo presidente de la Unión Europea, Hermann Van Rompuy, calvo y aficionado al haiku, seguramente le gustaría éste, que bien se puede leer como un augurio de que, con él al frente de la barraca, las doce estrellas de la bandera europea brillen por fin con luz propia.

No es mío. Lo he encontrado en Casa propia (Renacimiento, 2004), un poemario de Enrique García-Máiquez. Sí, Máiquez: no García Márquez, sino García-Máiquez. Es un libro pequeño, de esos que caben en el bolsillo de un chubasquero y que uno se lleva cuando ha de coger el tranvía y va de manos libres, sin bolsa ni cartera.

Lo leí hace unos días yendo al Rione Monti (tranvía + metro, y a la vuelta lo mismo pero al revés). Me sorprendió su luminosidad: una luminosidad serena, natural, concreta. Porque García-Máiquez no comunica ideas, abstracciones, pildorillas de verdad o de escepticismo: habla de sí mismo, de su propia vida, de su propia mujer, de su propia casa.

Tiene cinco partes: la última, “Buenas noches”, es sobre la muerte y sobre el sueño, dos cosas tal vez distintas que el autor entrelaza sapientemente, sugerentemente, desde sus sentimientos de hombre recién casado. Las partes anteriores conducen hacia ésta. La cuarta es “Y otro día”, y está compuesta por un único poema, el más largo del libro, que celebra la cotidianidad, el día cualquiera, igual a los demás días, de quien atiende por Enrique García-Máiquez. Las otras tres son “Estudio”, “Galerías” y “Las ventanas”, y en ellas hay más referencias periféricas: a la calle, a los lectores, a otros poetas (Cernuda, en primer lugar).

La de Casa propia es poesía doméstica pero también elegante. Depurada y a la vez suelta. Luminosa, como digo, y sin embargo profunda, porque lo que su luz ilumina es la profundidad del alma.

venerdì 13 novembre 2009

Alda Merini: Come in esilio vado a domandare

Alda Merini è morta il giorno di Ognissanti. Per la sua goffaggine, e anche perché nel suo nome (“Alda Merini”) trovo una stimolante somiglianza con il mio, mi è stata sempre simpatica: la vedo come una con cui ho molto in comune. Certo: io, essendo molto più giovane di lei, non ho subito il manicomio, perché in Italia i manicomi sono stati chiusi nel 1978. Lei invece lo ha subito.

“Io trovo i miei versi intingendo il calamaio del cielo”, ha lasciato scritto non so dove. Adesso ecco che in quel calamaio si è tuffata tutta intera. Forse è il caso di ricordare questi toccanti endecasillabi del volume La Terra Santa (Scheiwiller, 1984), che hanno meritato di essere ripresi dieci anni fa tra quelle Poesie di Dio raccolte da Enzo Bianchi per Einaudi.

Io ti chiedo Signore per che passo
dovrei entrare senza più sentire
la tua voce di colpa e di rovina.
E invece approdo sempre alle tue sfere
quando mi mostri il firmamento...
Perché questo tuo incanto o questa frode,
cosa ti costa prendermi nel seno?
Come in esilio vado a domandare
alla luce e al giorno se hanno visto
orma di te lungo le siepi brune.