venerdì 16 gennaio 2009

Una poesía de Alejandra Pizarnik


Caminos del espejo


I
Y sobre todo mirar con inocencia. Como si no pasara nada, lo cual es cierto.

II
Pero a ti quiero mirarte hasta que tu rostro se aleje de mi miedo como un pájaro del borde filoso de la noche.

III
Como una niña de tiza rosada en un muro muy viejo súbitamente borrada por la lluvia.

IV
Como cuando se abre una flor y revela el corazón que no tiene.

V
Todos los gestos de mi cuerpo y de mi voz para hacer de mí la ofrenda, el ramo que abandona el viento en el umbral.

VI
Cubre la memoria de tu cara con la máscara de la que serás y asusta a la niña que fuiste.

VII
La noche de los dos se dispersó con la niebla. Es la estación de los alimentos fríos.

VIII
Y la sed, mi memoria es de la sed, yo abajo, en el fondo, en el pozo, yo bebía, recuerdo.

IX
Caer como un animal herido en el lugar que iba a ser de revelaciones.

X
Como quien no quiere la cosa. Ninguna cosa. Boca cosida. Párpados cosidos. Me olvidé. Adentro el viento. Todo cerrado y el viento adentro.

XI
Al negro sol del silencio las palabras se doraban.

XII
Pero el silencio es cierto. Por eso escribo. Estoy sola y escribo. No, no estoy sola. Hay alguien aquí que tiembla.

XIII
Aun si digo sol y luna y estrella me refiero a cosas que me suceden. ¿Y qué deseaba yo? Deseaba un silencio perfecto. Por eso hablo.

XIV
La noche tiene la forma de un grito de lobo.

XV
Delicia de perderse en la imagen presentida. Yo me levanté de mi cadáver, yo fui en busca de quien soy. Peregrina de mí, he ido hacia la que duerme en un país al viento.

XVI
Mi caída sin fin a mi caída sin fin en donde nadie me aguardó pues al mirar quién me aguardaba no vi otra cosa que a mí misma.

XVII
Algo caía en el silencio. Mi última palabra fue yo pero me refería al alba luminosa.

XVIII
Flores amarillas constelan un círculo de tierra azul. El agua tiembla llena de viento.

XIX
Deslumbramiento del día, pájaros amarillos en la mañana. Una mano desata tinieblas, una mano arrastra la cabellera de una ahogada que no cesa de pasar por el espejo. Volver a la memoria del cuerpo, he de volver a mis huesos en duelo, he de comprender lo que dice mi voz.


La poeta argentina Alejandra Pizarnik (1936-1972) es un misterio en el que algún día me gustaría penetrar. Pasó los dos últimos años de su vida en un sanatorio psiquiátrico y se suicidó durante un fin de semana de permiso en su casa. Sus obsesiones intensas no me atraen demasiado: pienso que son otras fuerzas, otros vientos más augustos, los que dan aire a su voz agónica.

venerdì 9 gennaio 2009

Faust e la coscienza occidentale

Murnau ha intitolato il suo film Faust: una leggenda tedesca. E, come lui, anche Thomas Mann ha fatto del protagonista di Doktor Faustus una figura dell’homo germanicus. Ma in realtà nel secolo XX Faust ha valicato i confini della Germania: è diventato, più genericamente, un archetipo dell’uomo occidentale.

Decisivo è stato, in questo processo, Oswald Spengler (1880-1936). Nel saggio Il tramonto d’Occidente, Spengler presenta la storia dell’umanità come la successione di otto grandi civiltà, ognuna con una durata di mille anni circa: egiziana, babilonese, cinese, indiana, messicana, apollinea, magica e faustiana. La nostra, dice Spengler, è una civiltà faustiana perché caratterizzata dalle contraddittorie aspirazioni dell’uomo occidentale: bene e potere, amore e possesso... Sarebbe, comunque, una civiltà al capolinea, come rilevano alcuni fenomeni contemporanei (astrattismo, massificazione) tipici delle fasi di declino.

Al pessimismo di Spengler si oppone lo storico inglese Arnold Toynbee (1889-1975) in un libro altrettanto geniale, Uno studio della storia (1934-1954), opera in dodici volumi che a un certo punto una collaboratrice dell’autore, Dorothea Grace Somerwell, ha compendiato in tre. È questo compendio, firmato da Toynbee, ciò che la maggior parte dei lettori di Uno studio della storia, me compreso, ha letto. In inglese conserva lo stesso titolo (cioè A Study of History). In italiano, invece, fu pubblicato come Storia comparata delle civiltà (Newton Compton, 1974).

Infatti, anche per Toynbee i grandi attori della storia sono le civiltà. Ma la sua mappa delle civiltà è diversa di quella di Spengler. Toynbee dimostra, per esempio, che in ogni momento della storia ci sono varie civiltà attive, non soltanto una. Nel secolo XX ne identifica cinque: cristiana occidentale, cristiana orientale, islamica, induista e estremo orientale. Altre sedici sono morte nel corso della storia (per esempio, la civiltà ellenica, madre della cristiana occidentale e della cristiana orientale).

Soprattutto, Toynbee non ammette che la nostra civiltà, da lui denominata cristiana occidentale, stia per morire. La sua fiducia nella libertà dell’uomo come motore della storia, e anche la sua fiducia nei valori spirituali (insomma, la fiducia nell’uomo e in Dio), lo conducono alla conclusione che la storia è sì ciclica, ma anche progressiva. Secondo lui, la società cristiana occidentale, malgrado il suo apparente tramonto, è spiritualmente attrezzata non soltanto per non morire (la storia dimostra che è sempre possibile, nell’ora critica, una palingenesi), ma per dare la propria impronta, in un mondo sempre più globalizzato, alle altre quattro ancora in vita.

Io non credo nell’eternità della società cristiana occidentale, ma mi attira l’impostazione di Toynbee. Preferisco riconoscermi in una civiltà cristiana occidentale che in una civiltà soltanto faustiana. Perché, in quanto occidentale, è faustiana (con tanto, quindi, di nobili aspirazioni); ma, in quanto cristiana, si fonda sul rapporto uomo-Dio anziché uomo-demonio.

Insomma, ci sono ancora nella nostra civiltà, come nelle altre, tante riserve di energia da far venire in luce. Sarà una luce crepuscolare, d’accordo (tra l’altro, l’Occidente si addice al tramonto, come l’Oriente all’aurora); ma è sempre una luce che illumina.

sabato 3 gennaio 2009

Faust dal comico al tragico

Il Faust di Goethe ha due parti, come è saputo. Invece il Faust di Murnau, un film espressionista del 1926, ne ha undici: cioè, undici sono gli spezzoni in cui è stato diviso da un cinefilo coraggioso (forse troppo) che lo ha messo su Youtube. L’ho visto qualche settimana fa: non è il massimo come qualità d’immagine, ma è a portata di mano e a costo zero.
Comunque, siccome questo blog non si chiama Buenos Films nos dé Dios, ma piuttosto Buenos Libros nos dé Dios, dovrei parlare non del Faust cinematografico, ma di quello letterario. Largo quindi al Faust di Marlowe (1604) e di Goethe (1808 e 1832), e soprattutto a quest’ultimo, anche perché, lo confesso, il Doctor Faustus di Marlowe non lo conosco.

Con Goethe, il personaggio Faust ha raggiunto una vetta: è diventato il paradigma mitico dell’aspirazione al sapere, cioè di quell’aspirazione che, secondo l’illuminismo, sarebbe la più nobile che possa esistere.

È quindi coerente che Goethe, alla fine della seconda parte, lo salvi (dall’inferno, non dalla morte). Lontani erano i giorni in cui la memoria del vero Johann Faust, un medico stregone vissuto nei primi decenni del XVI secolo che vantava particolari rapporti con il demonio, veniva demonizzata (è proprio il caso di dirlo) da Lutero e Melanchton.

Tra il Faust reale e quello di Goethe, Marlowe rappresenta una posizione intermedia: con Marlowe, Faust è condannato, ma la sua storia acquista lo statuto di tragedia, non è più, per esempio, quella successione di vicende scurrili che raccontava, non molti anni prima, l’anonimo Faustbuch o Libro di Faust (1587).

Tra la prima e la seconda parte del capolavoro di Goethe ci sono tante differenze. La seconda è più simbolica, e anche più complessa, sia per la varietà di generi letterari che vi concorrono sia per il contenuto, con tanto di poteri demoniaci scatenati e di prodigi mirabolanti. Nella prima parte invece è tutto più realista.

A me piace di più la prima parte: Faust che, dopo aver conosciuto l’amore, diserta la notte di Valpurga perché il desiderio non lo appaga più; Margherita in prigione che si rifiuta di essere salvata da Mefistofele (tramite Faust) per rimettersi alla giustizia di Dio... Mi domando: è troppo eroismo per l’uomo di oggi? Io questo Faust e questa Margherita li salverei, certo. E scommetto che anche Dio li salverebbe.

Ma, appunto, forse un tale “eroismo” è troppo per i Faust e le Gretchen di oggi: per noi, insomma.

venerdì 26 dicembre 2008

Romántico Newman

Pues no, la foto engaña: no es la Nochebuena lo que estoy celebrando. Pero, ya que estamos, deseo, a quien leyere, unas felices fiestas (lo que queda de ellas) y un sereno 2009.

Esa foto fue tomada hace dos meses en Londres, donde pasé unos días trabajando. Hay en Londres, junto a Westminster Cathedral, un pub singular, el Cardinal’s Pub, decorado con fotos... sí, de cardenales: ¿qué pasa, es que no se puede? El actual cardenal de Londres tiene allí también su foto, o sea que supongo que no desaprueba que, en vez de cantantes, sean cardenales católicos los que, con sus solemnes efigies, decoren ese pub.

Nathan, Álvaro y yo nos hicimos una foto delante del cardenal Newman, de quien, mira por dónde, acabo de oír que va a ser beatificado. He pensado que la noticia justificaba dedicarle un post, y ya que tenía la foto...

Como escritor, John Henry Newman fue un pensador profundo y un pastor enardecido. Fue también un polemista brillante en diálogo constructivo con la cultura de su tiempo. Además, y esto seguramente es menos conocido, Newman, el futuro beato Newman, escribió algún tratadillo literario en la línea de Coleridge y los románticos ingleses. Y, en fin, cultivó también la práctica directa de la poesía.

El sueño de Geroncio es su poema más célebre. De esa larga composición, una especie de Balada del viejo marinero con ángeles y cielos en lugar de espectros y mares, existe una traducción reciente de Gabriel Insausti (Encuentro, 2005: edición bilingüe inglés-castellano). Naturalmente, en inglés está también en internet.

El poema trata de la muerte y el comienzo del más allá. Pero, ojo, sólo el comienzo.

Porque, por una parte, Geroncio, al morir, se encuentra con una realidad totalmente nueva:

No se oye ya el correr del propio tiempo
ni mi jadeo o mi esforzado pulso,
ni un momento difiere del siguiente...


Pero, a la vez, Geroncio no está desligado de su condición anterior: aunque no lo siente, se reconoce todavía en un cuerpo; oye la oración fúnebre con que se le despide en la tierra; habla, por analogía, del espacio y del tiempo, aunque entiende que está libre de ellos. Gabriel Insausti, comentando el poema, ha subrayado el interés del romántico Newman por mostrar la continuidad del yo en el paso de la vida a la muerte, frente a otras concepciones más limitadas de la subjetividad a las que, en Inglaterra, el empirismo había dado pábulo. De ahí su escatología apenas incoada.

O sea, El sueño de Geroncio no es La divina comedia: digamos, usando categorías teológicas, que Geroncio es captado en el instante infinitesimal que transcurre entre la muerte y el juicio particular, mientras que Dante, si no me equivoco, visita los escenarios escatológicos después del juicio universal.

Quizá por eso El sueño de Geroncio, con todo su aparato angélico y su reconfortante visión del más allá, me deja algo frío. “Ok, todo eso está muy bien, pero ahí..., ¿dónde está Dios?”, he pensado.

venerdì 19 dicembre 2008

A través de las rejas (cuento de Navidad)

Recortada sobre el cielo en el punto más alto de la ciudad, parece un palacio o un cuartel. Es la cárcel. Porque así como hay ciudades coronadas por una catedral, ésta tiene por remate una prisión, para demostración y ejemplo de justicia: de camino al centro urbano, la gente pasa por delante, atravesando la alameda a la que se asoma la fachada, y sin proponérselo repasa mentalmente su aspecto personal, su historial médico, su conducta reciente, con miedo de descubrir algo censurable.

Una mujer joven y un niño, pobremente ataviados, se han detenido entre dos árboles, frente a un extremo de la fachada. Desde donde están pueden ver, en escorzo, un muro lateral con una fila de ventanas altas, pequeñas, enrejadas. El turista, sentado en un banco, levanta por un momento la mirada del periódico y los observa.

De una reja ha salido la palma de una mano. La mano se agita, y la mujer y el niño sonríen y saludan también, sin ninguna vergüenza, hacia la reja.

Pasa un minuto y la mano se retira de la ventana. El niño y su madre se miran, se sonríen de nuevo y se van cogidos de la mano, en medio de la gente.

El turista sigue sentado. Se mira la mano y lee la letra que componen en ella las arrugas: una M, la M de murderer, asesino. A continuación mira hacia la reja. Le aprieta la garganta, y si no fuera porque es un hombre maduro dejaría correr el llanto.

venerdì 12 dicembre 2008

La bellezza presa a calci

Alessandro Spina è uno scrittore ottantenne con una vita divisa a metà tra l’Italia e la Libia.

Di lui apprezzai, tempo fa, le Nuove storie di ufficiali (Ares, 1994), un piccolo volume che riprendeva il filo di certe Storie di ufficiali pubblicate quasi trent’anni prima da Mondadori.

L’anno scorso Spina ha ricevuto il premio Bagutta per I confini dell’ombra, praticamente una riproposta —con pochi ritocchi— di tutta la sua narrativa di scenario libico: undici pezzi messi insieme (tra cui le Storie e le Nuove storie di ufficiali) e milletrecento pagine fitte fitte che raccontano in figure la vicenda italiana in Libia nelle fasi successive di conquista, colonia e liberazione.

Ho preso con entusiasmo I confini dell’ombra, ma, diciamo la verità, un po’ prima di arrivare alla metà l’ho mollato: proprio dove si innestano le Nuove storie di ufficiali. Che però, rilette poi in quella nuova cornice, mi sono piaciute ancora: le ho trovate più asciutte, più diritte, direi anche più pulsanti di vita, di quegli altri romanzi e racconti che le precedevano.

Secondo me, una carta vincente delle Nuove storie di ufficiali è la presenza esclusiva di personaggi italiani, mescolati invece nei primi romanzi del ciclo libico (Il giovane maronita, Le nozze di Omar, Il visitatore notturno) all’elemento indigeno. Ma sono consapevole che questa è una considerazione molto discutibile. E tra l’altro non vale per le Storie di ufficiali, che per quanto riguarda la stoffa dei personaggi sono molto simili alle Nuove storie.

Comunque sia, il mio è un invito alla lettura non dell’ormai più famoso I confini dell’ombra, ma delle Nuove storie di ufficiali, una silloge di sei racconti i cui protagonisti sono militari italiani di stanza in Libia negli anni 30. Militari spesso determinatissimi —seppure sotto un velo d’ironia e di finto scetticismo il più delle volte— in cui a un certo punto può scattare il dubbio. Come il colonnello Terzi, quell’uomo che confondeva la sua volontà con la legge e che un giorno scopre al suo interno la contraddizione.

Ci sono anche artisti, poeti, intellettuali, in questi racconti: ovviamente l’intellettuale, in un ambiente dominato dai valori castrensi, dalla decisione, dall’inflessibilità, è il “diverso”. Eppure non sarà mai uno di questi personaggi a mandare in crisi i militari. Spesso sarà una donna che si mette di traverso, per esempio una figlia determinata quanto il padre ma in una direzione opposta. Come Elda Terzi, che contro la volontà del padre sposa un artista.

E così l’artista, in queste storie inventate come del resto nella storia reale, è soltanto un pretesto in mano alle parti in campo. Come la palla nel calcio.

La testa presa a calci: questo sarebbe il calcio, secondo un mio amico. L’arte presa a calci, la bellezza presa a calci: questo è, purtroppo, la vita, tante volte. Ce lo racconta, certamente in bellezza, Alessandro Spina.

venerdì 5 dicembre 2008

Il senzatetto della porta accanto

Contadino, calzolaio, spazzino, pescatore, falegname..., e finalmente scrittore. Knut Hamsun ha molte cose in comune con il suo coetaneo Axel Munthe (l’origine scandinava, la longevità quasi centenaria), ma senz’altro quello che li divide è molto di più. Il dottor Munthe ha conosciuto soltanto gli agi dell’esistenza borghese, invece Hamsun (1859-1952) ha dovuto lottare duro per la vita; a momenti anche facendo la fame, quando, senza lavoro e senza casa, si votava tutto alla scrittura per poi non ricavarne un bel niente.

Proprio la fame, sì. Non so fino a che punto Fame (1890), il romanzo con cui finalmente Hamsun ce l’ha fatta, si può ritenere autobiografico, ma mi dicono che certamente ha a che fare con le sue personali esperienze.

Fame, pubblicato in italiano da Adelphi (2002), è una storia di poveri, ma chi si accingesse a leggerla con gli occhiali, per esempio, del romanzo naturalista resterebbe subito confuso. Diciamo tutto: in realtà, Fame non è una storia di poveri, è la storia di un povero. Perché è la condizione personale del protagonista, un eroe solitario, non quella della sua classe, o della società nel suo insieme, ciò che Hamsun prende in considerazione.

Questo primo piano sull’individuo fa diventare l’esperienza della fame qualcosa di estremamente concreto. E così apprendiamo, per esempio, che la fame a un certo punto ti fa uscire di senno e ti costringe a mangiare la segatura, oppure a strapparti la tasca della giacca per farne un boccone, anche se nelle strade di Cristiania (l’attuale Oslo) i negozi di alimentari non mancano.

Come il santo bevitore di Joseph Roth, l’aspirante scrittore di Hamsun è un senzatetto che nulla chiede a nessuno e che si sa nelle mani di Dio: forse a un certo punto si ritiene dimenticato da Dio, è vero, ma sa benissimo che allora a niente serve cercare appigli altrove.

Penso subito a don Mario Picchi, un sacerdote che ho conosciuto anni fa e che promuove a Roma tanti programmi per persone disagiate, dai tossicodipendenti ai senzatetto. Che Dio non si dimentica mai di queste persone è una verità che trova in lui il tagliando dei fatti.

Chi, come me, può fare tranquillamente tre pasti al giorno... e non è don Mario Picchi, forse dovrebbe cominciare per leggere questo libro. Un libro di fame vissuta che magari ci suggerirà di guardare in modo diverso a chi di notte, tornando a casa, troviamo disteso sul marciapiede sotto una coperta sporca.