sabato 30 giugno 2012

Viktor Frankl: trascendencia e ironía

Hay un libro que he aconsejado a muchas personas y que para mí ha sido una lectura capital. Como se ha vendido por millones de ejemplares, supongo que mi experiencia no es insólita. Me refiero a El hombre en busca de sentido, de Viktor Frankl (1905-1997), el padre de la logoterapia. Es una fuente de citas habitual en las elecciones presidenciales americanas. Sin embargo, es un libro serio. Ha sido publicado y mil veces reeditado por Herder.

Me acordé de él el otro día. Un amigo me había invitado a la presentación de un libro. Hablaba, entre otras personas, un hombre mayor, experto precisamente en psicoterapia: sin duda buena persona, pero quizá un tanto obsequioso con su propio ego. Del libro habló tres o cuatro minutos; el resto, más de una hora, lo dedicó a hablar de sí mismo. El moderador, un periodista, intentó vanamente quitarle la palabra en varias ocasiones. Era patético. Un suspiro de alivio se levantó del público, con los aplausos, cuando la intervención de aquel genio de la psiquiatría —no daré su nombre, llamémosle por ejemplo Genius— finalmente terminó. Mi amigo, su novia, que también se había apuntado, y yo salimos de allí rápidamente, pues era tarde. Pocos debieron de quedarse al refresco.

Al día siguiente, mi amigo, que a la salida del acto me había pedido disculpas por la invitación, me mandó un sms: “Mi novia me ha dicho que después de lo de anoche no quiere volver a verme. ¿Qué hago? ¿Le pido consejo a Genius?”.

Buena cosa, la autoironía. En Genius, por cierto, la eché en falta.

Es una de las ideas fundamentales de El hombre en busca de sentido: la neurosis solo se vence cuando uno es capaz de reírse de sí mismo; o, lo que es lo mismo, de trascenderse a sí mismo y, de ese modo, buscar el sentido de la vida fuera del circuito cerrado de la propia existencia. Curación por el sentido: eso significa la palabra “logoterapia”.

De ahí derivan muchas consecuencias de orden teórico y práctico: por ejemplo, la famosa propuesta de Frankl a los americanos de que, además de la estatua de la Libertad que hay en Nueva York, erijan en la costa del Pacífico un monumento a la Responsabilidad, pues la trascendencia necesita de ambos principios, no solo del primero; o su oposición categórica al determinismo, que bloquea el círculo virtuoso en el que se mueven la libertad, la responsabilidad, la trascendencia y la ironía.

Con todo, lo que a mí más me impresiona del discurso de Frankl sobre la búsqueda de sentido es su afirmación de la posibilidad de encontrar sentido al sufrimiento. Hay que saber que sus palabras son las de un superviviente de Auschwitz, que además en los campos de exterminio nazis perdió a su mujer, a sus padres y a un hermano.

venerdì 15 giugno 2012

Gladiatori del latino


Il Corriere ha pubblicato lunedì scorso una breve apologia del latino firmata da Luciano Canfora. È un tema su cui confesso di aver cambiato pensiero: una volta non credevo nel latino, adesso sì. A modo di attestato della mia conversione, riproduco in questo spazio l’articolo di Canfora come apparso nel Corriere.


Difendere l'Insegnamento del latino non è una battaglia di retroguardia

Sembra di retroguardia la «battaglia del latino». E invece non lo è affatto: tutti i rami del sapere hanno pari dignità. Solo i parvenus pensano che scienze cosiddette dure più lingua inglese bastino a formare cittadini consapevoli e ceti dirigenti capaci di pensare. Potremmo osservare che nella lontana Cina è appena terminata la stampa dell'edizione bilingue (latino e cinese) del Corpus iuris giustinianeo. La Cina infatti, volendosi dotare di un apparato giuridico moderno e organicamente strutturato, ha preferito il diritto romano al «Common Law» anglosassone. Solo agli ignoranti notizie di questo genere non fanno impressione.

Il balbettio che anni addietro inneggiava alle «tre i» non porta lontano: semmai abbrutisce. Archivi e biblioteche d'Europa (e degli Usa in quanto approdo di ingenti materiali bibliografici di pregio trasmigrati nel tempo, in varie guise, dall'Europa) pullulano di testi, manoscritti e a stampa, in latino e anche in greco o bilingui. Un bel problema per bibliotecari e archivisti. Chi, tra qualche decennio, saprà decifrare almeno il frontespizio di una cinquecentina o di una secentina o intendere il contenuto di un documento della cancelleria papale, la volta che latino e greco saranno scomparsi dal corso di studi?

Il 12-14 aprile scorsi si è svolto a Torino un importante convegno promosso dal Miur e dal Liceo Internazionale di Ivrea (diretto da Ugo Cardinale) sullo stato di salute delle lingue classiche nelle scuole d'Europa. Gli atti appariranno presto presso il Mulino. Hanno parlato autorevoli docenti di Spagna, Francia, Belgio, Germania, Inghilterra, Finlandia, Russia, Grecia, Ungheria e Italia. È risultato che l'unico Paese dove il curriculum liceale comporta, non ridotto a capricciosa opzione, lo studio di latino e greco è l'Italia. Da noi però già qualcuno vuol buttare fuori il latino dal liceo scientifico: una vera volgarità, degna delle menti che partorirono, per l'università, l'infame tre + due, ormai riconosciuto da tutti come una tragica buffonata. Ben vengano dunque gli appelli francesi di cui ha detto ieri Avvenire. Possono giovare a noi: difficilmente produrranno un ripristino, in Francia o altrove, della completezza formativa di cui la conoscenza delle lingue e civiltà antiche è parte necessaria. Luciano Canfora.

domenica 27 maggio 2012

La sfida del millennio

Adesso pochi se lo ricorderanno, ma quando è stato pubblicato ha provocato un putiferio: addirittura alcuni fanatici hanno invocato vendetta. Parlo di  Aristotele contro Averroè (Rizzoli, 2009), dello storico francese Sylvain Gouguenheim.

Nell’originale francese, il titolo era più pacato che in italiano: Aristote au Mont-Saint-Michel. Senz’altro l’editore italiano, nel momento di pubblicare il libro, ha voluto far leva sulla polemica innescatasi nei mesi precedenti. Poi però ha inventato un sottotitolo conciliante, da par condicio: Come cristianesimo e Islam salvarono il pensiero greco (proprio così, “Islam” con la maiuscola e “cristianesimo” senza, chissà perché).

Del libro dirò solo che ha una parte erudita, di studio minuzioso della trasmissione delle opere di Aristotele e della produzione scientifica originale nel corso del medioevo; e una parte polemica, di demitizzazione della civiltà araba e del suo ruolo di ponte tra la Grecia antica e la cultura cristiana occidentale.

Nella prima parte, l’autore dedica molte pagine a esaminare i vari canali attraverso i quali la cultura greca è stata comunicata al medioevo latino. Si sofferma a lungo, per esempio, su Giacomo Veneto, un monaco di Mont-Saint-Michel del secolo XII che ha tradotto una quantità incredibile di testi.

Questa prima parte mi sembra seria. La seconda invece è un po’ superficiale, a mio avviso: un po’ troppo improntata alle generalizzazioni, ai pregiudizi. Per esempio, in passi come questo: “Se non è certo che Amr ibn al-As (…), generale agli ordini del califfo Umar, abbia incendiato la biblioteca di Alessandria nel 646 —è più probabile che abbia lasciato propagarsi un fuoco accidentale— le parole che gli vengono attribuite in questa occasione, anche se apocrife, intendono esemplificare lo stato d’animo dei conquistatori: ‘Se questi libri contengono quanto è già nel Corano, sono inutili. Se contengono cose che gli sono contrarie, sono nocivi’. In entrambi i casi, i libri potevano bruciare”. Quindi, non sono stati gli arabi a far bruciare la biblioteca di Alessandria, quella frase è apocrifa…, eppure sia del fatto che delle parole si meritano la colpa!

Ho una certa simpatia per i musulmani, non lo nascondo. Per quelli veri, si intende: non gli integralisti. Talvolta mi sembrano un po’ arretrati religiosamente, come ancora inchiodati, per così dire, nell’Antico Testamento, ma comunque hanno una religiosità di massa che ritengo sincera, autentica in tante singole persone, e che senz’altro è un bene che a noi cristiani oggi manca.

Sarebbe cieco vedere nei musulmani una sfida soltanto geopolitica. La loro è soprattutto una sfida religiosa e morale, come lo è stata, cinquecento anni fa, la riforma protestante per la Chiesa cattolica. Perciò, alla sfida musulmana va data innanzitutto una risposta religiosa e morale.

Certamente mi piacerebbe che fra duecento anni si potesse dire che in questo squarcio iniziale del terzo millennio la Chiesa ha reagito con qualcosa di paragonabile a quello che fu, a suo tempo, la controriforma (o riforma cattolica, se vogliamo usare termini più precisi). Speriamo.

domenica 13 maggio 2012

El ludópata y la taquígrafa


Entre las grandes novelas de Dostoievski, grandes por peso específico y por extensión (Crimen y castigo, El idiota, Los hermanos Karamazov…), se suele colar en las bibliotecas una novela corta, El jugador. Por su facilidad de lectura y por su trama autobiográfica, El jugador —reeditada hace unos meses en castellano (Alianza, 2011)— cumple un cierto papel de introducción a Dostoievski, pero no por eso ha de ser considerada un texto secundario dentro del conjunto de su obra: aunque solo hubiera escrito El jugador, Dostoievski sería un escritor extraordinario.
El vicio del juego y una pasión amorosa no correspondida están presentes tanto en la vida de Dostoievski como en la del jugador de la novela. Este jura patéticamente que si Polina, la mujer a la que vanamente ama, le dice que se quite la vida, él lo hará. Que para un hombre así el juego sea una tentación invencible es perfectamente comprensible. No es ganar o perder lo que importa, sino jugar.
En la vida real, la “Polina” de Dostoievski es la voluble Apollinaria Suslova, a quien había propuesto el matrimonio en 1864, tras la muerte de su mujer. La verdad es que no había esperado a ser viudo para cortejarla, solo que ella lo había despedido después de un breve coqueteo peripatético; y como no era por su esposa por lo que ella lo había rechazado, también ahora lo rechazará.

Hasta aquí, lo que de confesión propia pone Dostoievski en El jugador, que nace dos años más tarde, en 1866. En esos dos años la vida, que ya no era fácil, se le ha puesto más difícil, y las deudas contraídas en la ruleta le han obligado a agarrarse, como última tabla de salvación, a un contrato leonino con un editor que, entre otras cosas, le obliga a entregar un primer manuscrito en el plazo de un año.

Con los adelantos del editor, Dostoievski comienza a pagar sus deudas y a escribir Crimen y castigo. Pero este no es un libro que se pueda terminar en un año. Un día, Dostoievski se da cuenta de que tiene un mes de plazo para entregar su primer libro, y por una vez el genio teórico e inoperante encuentra una salida práctica: decide dictar durante algunos días una historia (su propia historia, pues no hay tiempo para ponerse a imaginar otra cosa) a una taquígrafa, Anna Snitkina,  que va recogiéndola y transcribiéndola a toda velocidad. La novela, El jugador, se entrega a tiempo, pero hay más: en 1867 Dostoievski y Anna se casan, y en 1871 él consigue dejar definitivamente el juego.

Además, el método de trabajo ensayado con El jugador se demostrará también determinante, en 1880, en la redacción de Los hermanos Karamazov, con Dostoievski ya próximo a la muerte.

Se puede decir, por tanto, que debemos a Anna Snitkina el regalo de Los hermanos Karamazov. Pero antes El jugador, que también es una obra maestra, nos había regalado a Anna Snitkina.


domenica 29 aprile 2012

Padres e hijos


No me parece que las novelas de Joseph Roth (1894-1939) puedan calificarse de excepcionales. Sin embargo, tienen el mérito de no envejecer: leídas ahora, resultan tremendamente actuales. Desde luego, lo es en grado sumo Zipper y su padre, una de las menos conocidas, recientemente editada en España (Acantilado, 2011).

De Zipper y su padre, publicada originalmente en 1928, es impresionante, para mí, su puesta en escena de lo que yo llamaría el paradigma de la abolición del padre. El padre de Arnold Zipper es como es, y sin duda su figura negativa es un peso que grava determinantemente sobre el hijo, pero al menos ha tenido un hijo. Zipper hijo, en cambio, ya no será padre: como su propio creador, Joseph Roth, se casa pero no tiene descendencia.

Sin hijos soy más libre, se piensa a veces. Y naturalmente quien lo piensa es siempre un hijo, porque se puede no ser padre, pero no se puede no ser hijo. El hijo pródigo del evangelio, que vende las joyas de familia porque vive solo para el hoy, el ahora y el yo, tiene en estos momentos, según parece, un buen número de seguidores: hombres y mujeres obtusamente convencidos, en el fondo, de que la historia se acabará el día en que alguien —no un hijo, claro— cierre la tapa de su ataúd; remisos, por tanto, a comprometerse en algo que les pueda sobrevivir.

Arnold Zipper sigue inconscientemente esa parábola, que en su caso tiene un final triste. Su destino patético es el de un tipo de personaje que Roth conocía bien y al que desesperadamente —vanamente— pretendía exorcizar.

Al trasponer en Zipper su propia historia, en efecto, Roth no solo es un observador agudo de sí mismo (de su relación atormentada con su padre, de su problemático matrimonio, de su miedo a la paternidad), sino un profeta angustiado pero clarividente: ese clown llamado Arnold Zipper al que al final de su vida pagan por recibir golpes es una premonición dramática de ese desecho de hombre, de ese bufón de la bohemia parisina, crónicamente prófugo, endeudado y borracho, en que se convertirá, en su último tramo de vida, Joseph Roth.

domenica 15 aprile 2012

Chiamatemi Amore

“Chiamatemi Ismaele”: con queste lapidarie, geniali parole inizia Moby Dick. Qualche volta ho pensato che l’incipit della Bibbia potrebbe essere benissimo “Chiamatemi Amore”. Il messaggio è tutto lì: infatti san Giovanni scrive, in estrema sintesi, che “Dio è Amore”.

Amare, opera di vecchiaia di David Maria Turoldo che prende le mosse proprio da queste certezze e da questo clima biblico, è un libro che ho deciso di leggere nonostante la mia avversione per i titoli verbali (To Kill a Mockingbird, Reinar después de morir…: non mi piacciono, come titoli). Di Padre Turoldo (1916-1992) avevo letto in precedenza alcune poesie che mi erano sembrate belle e pungenti, e sicuramente è stato ciò a farmi superare l’ostacolo del titolo. Ho letto quindi Amare (San Paolo, 2002), che però mi ha deluso. L’ho trovato una poltiglia mal riuscita di poesia e prosa, religione e filosofia, denuncia e buonismo, il tutto non sempre coerente.

Alcune frasi sono di una ingenuità che mi lascia perplesso: “ecco Giovanni a dire che Dio è amore. Soltanto amore. Così sarà inevitabile la domanda: cosa sia l’amore. D’allora la risposta sarà altrettanto inevitabile: l’amore è Dio”. Ma a nessuno sfugge quanto diverse siano le cose che noi uomini chiamiamo amore. Sarebbe il caso di rammentare a Turoldo le parole di sant’Agostino sui due amori che fondano le famose due città: l’amore di Dio e l’amore di sé. Per non dire dei tanti maschi che, presi dall’amore per una donna di vent’anni più giovane, hanno abbandonato moglie e figli. Molto romantico, se vogliamo, ma poco serio. Insomma, secondo me, pur credendo che Dio è Amore, non si può dire che l’ amore tout court sia Dio.

Accanto a queste cadute di tono, comunque, non mancano, in Amare, alcune idee semplici e luminose, espresse sia in prosa che in poesia. Ecco, per esempio, una bella descrizione della condizione sacerdotale dell’autore:

Tu non sai cosa sia il silenzio
né la gioia dell’usignolo
che canta, da solo nella notte;
quanto beata è la gratuità,
il non appartenersi
ed essere solo
ed essere di tutti
e nessuno lo sa o ti crede.

Ed ecco, in una massima di poche parole, la descrizione del matrimonio secondo Turoldo: “Non già: Ti amo, perciò sono fedele, ma: Sono fedele, perciò ti amo”. La frase ha un senso ovvio, per me: i due termini di una relazione non sono sempre interscambiabili (per cui la proposizione “Dio è amore”  non è per forza equivalente a “l’amore è Dio”). C’è anche, certamente, un senso morale: sono le opere (la fedeltà) a sostenere le parole (le dichiarazioni d’amore), e non il contrario. Infine io ci trovo pure un senso mistico, visto che “fedele” proviene da fides, “fede”: per amare bisogna crederci.

Ma per chiudere il cerchio (fede, amore… e, naturalmente, speranza) io aggiungerei, pensando ad alcuni amici e amiche che purtroppo si sono separati o si stanno separando, che bisogna anche sperare.

venerdì 30 marzo 2012

Tonino Guerra: sopravvivenze

Parlai una volta con Juan Vicente Piqueras, traduttore spagnolo di Tonino Guerra e poeta in proprio, e mi confessava che non gli era facile trovare ispirazione nella poesia italiana contemporanea, secondo lui troppo ermetica, troppo sofisticata, con soltanto, diceva, qualche meravigliosa eccezione, che concretizzava in Pavese, Sbarbaro e appunto Tonino Guerra. Essendo morti i primi due già da molto tempo, in quel momento Guerra era l’unico ancora vivo.

Tonino Guerra, poeta, sceneggiatore e soprattutto testimone di verità del suo tempo e della sua terra (nello specifico, della campagna romagnola, assediata e ferita di morte dalla civiltà urbana), è deceduto a 92 anni la settimana scorsa. Maestro rurale e figlio di contadini analfabeti, aveva cominciato a scrivere poesie nel campo di prigionia di Troissdorf, dopo il suo internamento nel 1943.

La morte era una sua ossessione, a detta di lui stesso. Qualche volta gli era scappato che il motivo principale per cui scriveva era rimanere per molto tempo nella memoria degli altri, unico modo, secondo lui, di sconfiggere la morte.

Un poema come La farfalla, che ci parla della bellezza nel paradiso, merita senz’altro di sopravvivere al suo autore. Eppure, nella sua solarità, sembra smentire quelle proclamate ossessioni di morte.

La farfalla

Contento, proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando
mi hanno liberato in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.