venerdì 16 novembre 2012

Ungaretti: poeta perché soldato

Nel mese di agosto ho trascorso alcuni giorni in un paesino di montagna della provincia di Brescia, in un ostello accogliente e in bella compagnia di persone e di libri. Tra questi, una antologia di Ungaretti curata da Giovanni Raboni tanti anni fa per Mondadori: Vita d’un uomo. Il titolo è lo stesso dato da Ungaretti all’insieme della sua opera, ma questa è soltanto una antologia di un centinaio di poesie.
Giuseppe Ungaretti ha combattuto nella prima guerra mondiale. Dal posto dove mi trovavo, certe gite mi hanno condotto ad alcuni scenari di quella guerra che adesso, con i ghiacciai ritirandosi sempre più velocemente, rivelano le loro antiche trincee dopo anni di nascondimento. Sulla cima del Vioz si vedevano baracche e camminamenti dell’esercito austriaco appena riemersi dalla coltre di ghiaccio, e un elicottero che faceva avanti e indietro per trasportarvi il materiale atto per le prospezioni.
Oggi la nostra Europa, l’Europa del nobel della Pace, vede le vestigia di quella guerra con un misto di ammirazione e di tenerezza. Ungaretti vedeva sicuramente poco da ammirare in se stesso quando scriveva quei quattro versi lapidari:
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.

Del giovane Giuseppe Ungaretti, la guerra ha fatto un poeta. Poi, dopo un cupo periodo intermedio di dichiarazioni di stanchezza e di inni alla morte, altre esperienze, come la morte della madre o del figlioletto Antonio, di nove anni, nel 1939, hanno dato luogo a poesie strazianti, bellissime, intrise addirittura di comunione con il divino. Ma la poesia in lui non nasce con quei sentimenti sublimi e laceranti: era nata dal grembo della guerra, come un fiore che spunta dallo sterco.
È il bello della poesia; oppure, se vogliamo, è il bello di questo mondo schifoso.

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