
L’ombra è la storia, intelligente quanto divertente, di un uomo che un giorno commette il peccato di scavalcare intenzionalmente con la propria ombra il balcone della casa di fronte, e che anni dopo —questa sarà la sua penitenza— si vede asservito da quella stessa ombra, ormai autonoma. Mi sembra una parabola profetica dei nostri giorni, beatamente affetti da “guardonite”.
La colpa non è dei media, o non è soltanto loro. Si dice spesso che siamo “bombardati” dalle loro indiscrezioni sulla vita privata degli altri; ma se davvero il gossip fosse percepito come una bomba, come un pericolo per noi, sparirebbe per difetto di domanda. Siamo semplicemente “invitati” al buco della serratura; e sono ben pochi a voler rinunciare a quella delizia, a non guardare, a non giudicare.

Certo, c’è anche l’esigenza di informazione, a tutela del bene particolare e anche del bene comune. E, per esempio, è nell’interesse pubblico che colui che governa (la nazione, la regione...: da noi ce n’è per tutti) sia una persona moralmente accettabile, cosa che invece forse in altri —il dentista, il tabaccaio— non ci preoccupa più di tanto, cioè possiamo passarci sopra senza tante storie. Ma una democrazia guardona, una democrazia cioè che, come si direbbe in gergo, non lascia niente all’immaginazione, è una democrazia al capolinea: cieca, in fin dei conti.
Ed è questo il punto, o almeno uno dei punti: l’occhio del grande fratello vede tutto, ma è interiormente cieco.
L’ombra tocca molti altri temi (la poesia, il potere, la conoscenza, il matrimonio...), e quindi non le rendo giustizia con questa chiosa sbrigativa. Ma penso che Andersen forse sarà contento di vedere rivendicata in questa sede una facoltà, l’immaginazione, che proprio lui ha esercitato in modo esimio.