
Si tratta di una
storia familiare, la storia degli Hardelot, scritta nel 1940 ma apparsa come
libro soltanto nel 1947, cinque anni dopo la morte dell’autrice nel lager di
Auschwitz. Il titolo originale, Les Biens
de ce monde, non si corrisponde esattamente con quello italiano. Anzi, nel
romanzo l’espressione “i doni della vita” compare in un contesto spirituale (l’amore
che si dà, il bene che si fa agli altri…, sono questi i doni della vita) pesantemente
contrapposto ai beni di questo mondo (cioè ai beni materiali, immagino).
Infatti a quel punto della storia la guerra ha letteralmente annientato tutto
ciò che gli Hardelot avevano, ma “i doni della vita” sono stati raccolti e
messi al sicuro. Le parole con le quali la Némirovsky esprime questa idea (mangiare
il pane, bere il vino, assaporare i frutti amari e dolci della terra) mi
sembrano rivelatrici delle preoccupazioni religiose degli ultimi anni della sua
vita.
Fa tenerezza
vedere gli Hardelot, di generazione in generazione, rivolgersi alle loro mogli,
quando si è già un po’ avanti negli anni, con l’espressione “Mia povera cara…”.
Arriva sempre un momento in cui ognuno scopre con sorpresa che sta utilizzando
quei termini, gli stessi che ha sentito al padre, tempo fa, quando si rivolgeva
alla madre. Poveri gli Hardelot non sono, per la verità. Ma lo diventeranno.
Come, nella vita reale, gli Epstein, cioè Irène Némirovsky e il marito Michel
Epstein.
Sono
quasi sicuro che Irène Némirovsky, che quando ha scritto I doni della vita aveva soltanto 37 anni, stava cominciando a
sentire a Michel, in quei momenti drammatici per loro due (tra l’altro anche
lui, a titolo di marito di una ebrea, morirà nei campi di sterminio), quella
espressione sicuramente più adatta a persone più anziane: “Mia povera cara…”.