
Ricordo, a questo punto, quella domanda che hanno fatto a Gandhi una volta, nel 1930, proprio in Inghilterra: “Che ne pensa della civiltà occidentale?” Gandhi ha risposto subito, ironicamente: “Sarebbe una buona idea”. È una battuta che forse andrebbe rivolta a Eliot, troppo idealistico, infatti, come dico, nella sua visione della società cristiana.
Comunque Eliot, mentre lavora, nel 1939, alla stesura del suo programma di società cristiana, non sta pensando a Gandhi, ma piuttosto a Hitler. Pochi mesi prima, nella conferenza di Monaco, le potenze teoricamente radicate sui valori cristiani (cioè le democrazie) sono state umiliate dal paganesimo totalitario: una resa infamante il cui motivo profondo, sostiene Eliot, va cercato nello smarrimento dei sacri principi della società cristiana. “Non potevamo opporre una convinzione ad un’altra, non avevamo idee che potessero farsi incontro né opporsi alle altre che ci stavano di fronte”.
Sia chiaro, Eliot non strumentalizza la religione. Lui è un credente serio e considera il cristianesimo anzitutto come verità a se, e solo secondariamente come base morale. “Giustificare il Cristianesimo perché esso offre una base morale, invece di dimostrare che la morale cristiana è necessaria perché il Cristianesimo è verità, è un’inversione di termini pericolosa”, afferma.

La società di Eliot, articolata su uno Stato cristiano, una comunità cristiana (massa) e una “Comunità dei cristiani” (élite intellettuale), può sembrare una riesumazione del Medioevo, ma non lo è: in realtà, suggerita com’è da uno dei maggiori testimoni del desolato (waste, per usare le sue parole) secolo XX, è una proposta ricca di spunti per un dibattito che potrebbe essere molto fecondo su cosa vogliamo fare della società.