
È un tratto comune a tanta letteratura dell’ultimo secolo, è vero. Eppure...
Alcuni danno del puritano, o del metodista, a chi predica l’esercizio della volontà contro gli appetiti, ma è ovvio che la volontà non è un elemento meno umano degli appetiti, e quindi non si è più uomini cedendo all’istinto che subordinandolo alla volontà.
Dai Quaderni di Simone Weil:
“La volontà. Non è difficile fare qualsiasi cosa, quando si è animati dall’idea chiara di un dovere. Ma la cosa dura è che nel momento in cui si soffre questa idea chiara svanisce, e non resta che la coscienza di una sofferenza impossibile da sopportare.
Ma è vero anche l’inverso: al momento di prendere la decisione, il dovere è presente, la sofferenza ancora lontana. La volontà non potrebbe trionfare se dovesse lottare direttamente contro forze superiori. Tutta l’arte del volere consiste nel profittare del momento in cui la lotta non è cominciata per determinare in un senso conforme a ciò che si vuole la situazione oggettiva in cui ci si troverà nel momento in cui si sarà deboli.
«Tu tremi...» [parole di Turenne al proprio corpo: «Tu tremi, carcassa, ma se sapessi dove sto per condurti, tremeresti ben di più», N.d.T.].
L’unica arma della volontà consiste, per la parte in cui essa è un pensiero, nel poter abbracciare i diversi istanti del tempo, mentre il corpo è limitato al presente. In definitiva, si tratta dunque semplicemente di rifiutare alle passioni il concorso del pensiero.
Non «prendere delle risoluzioni», ma legarsi le mani in anticipo”.

Mi piace questa contrapposizione tra volere e desiderare. Non sono la stessa cosa, è chiaro. Oggi però spesso si scambiano, a danno della volontà, naturalmente, non del desiderio, perché nella mescolanza ha sempre la meglio la parte inferiore.
Malgrado il titolo, La leggenda del santo bevitore è la storia di un bevitore non santo. Abulico e meschino, crede nei miracoli ma in realtà non li vuole. Fa rimpiangere quel “santo assassino" (così viene preconizzato da una indovina) di nome Tarabas.