domenica 13 febbraio 2011

La esperanza como música de fondo

Memoria del paraíso (Siltolá, 2010) es el primer libro de Corina Dávalos, una poeta ecuatoriana asentada en España. Ecuatoriana: o sea, equidistante de los polos. De esa equidistancia encuentro una curiosa confirmación en su simétrico apego a Wislawa Szymborska, su punto de referencia implícito y explícito, y a las formas clásicas, o al menos al endecasílabo, la muleta métrica de casi la mitad de las poesías de este volumen.

El libro tiene tres partes. La primera es la más romántica y la que a mí más me ha gustado. Me sugestiona, por ejemplo, ese “lugar de siempre” de Encuentro, en el que “siempre” es, de nuevo, el adverbio de las grandes esperanzas. Porque, no lo he dicho pero lo digo ahora, Memoria del paraíso es, en sustancia, un poemario sobre la esperanza.



ENCUENTRO

SALÍ al lugar de siempre,
por si te encontraba,
y no.

Pasé por el lugar de siempre,
por si habías vuelto,
y hoy no.

Volví al lugar de siempre,
miré (quizá estarías pasando tú también).
Pero no.

Y así cada día:
salgo, paso, vuelvo, miro...
no vaya a ser
que justo hoy,
cuando tú sí,
resulte que
                  yo no.


Componen la segunda parte del libro quince haikus. He aquí uno, característico de la mirada de la autora sobre su propio mundo.

APARECE tu sombra:
la habitación
llena de luz.


La tercera parte es menos uniforme y contiene alguna cosa de relleno que quizá no merecía subir al libro.

Con las demás, sin embargo, basta y sobra para avalar a esta nueva, auténtica poeta. La esperanza es su música de fondo: por eso su palabra delicada penetra derechamente en la parte mejor del alma.

domenica 30 gennaio 2011

El quinto, no (te) matarás

Con metáfora en mi opinión no brillantísima, Sandor Marai compara su condición de exiliado desde 1948 con la de Rodrigo de Triana en el momento en que divisa las costas de las Indias. De ahí el título ¡Tierra, tierra! del segundo volumen de sus memorias (1944-1948), que termina con su salida de Hungría.

Me habían hablado muy bien del libro (Salamandra, 2006), pero me ha decepcionado un poco. Encuentro, por parte de Marai, mucho discurso pretencioso sobre su propio ánimo y muy poca sustancia narrativa, muy pocos hechos.

Lo que peor sabor de boca me ha dejado es una idea que aparece en cierto momento, a propósito del establecimiento del comunismo en Hungría: Fulano, Mengano, etc., se han suicidado o han intentado hacerlo, luego el comunismo es malo. No digo que una y otra cosa no tengan nada que ver (aunque se puede decir de modo más sazonado: véase la película La vida de los otros, por ejemplo), ni que el comunismo sea bueno. Pero es que el suicidio es peor. Por lo demás, el propio Marai, cuarenta años después de abandonar Hungría y marchar a Estados Unidos, también se ha suicidado, y yo no deduzco de eso que la democracia americana sea mala.

El suicidio es una cosa demasiado seria para hacer de él un instrumento de disputa política. El suicida es siempre un insensato, pero en su insensatez desafía cosas muy serias, mucho más serias que un sistema político. Para empezar, desafía en su raíz el mandato bíblico de amar al prójimo como a uno mismo: porque, según ese mandato, nada me impediría matar al prójimo, si para mí quiero la muerte. Qué decir de ese frágil castillo de naipes que es el imperativo categórico de Kant.

No voy a seguir por ahí, porque yo de estas cosas de razón práctica entiendo poco. Me quedo tranquilo pensando que, en el paso del Antiguo al Nuevo Testamento, el “mandamiento nuevo” de Jesucristo habla no ya de amar al prójimo como a uno mismo, sino como él (Jesús) nos ha amado. Pero no deja de inquietarme la realidad del suicidio, que dicen que en algunos países es la primera causa de muerte entre los jóvenes.

sabato 15 gennaio 2011

La civiltà contadina rivisitata

Come tutti i romanzi di Grazia Deledda (1871-1936), La via del male, di cui c’è in libreria una nuova edizione (Bel Ami, 2010), ha il potere di suggestione di quella letteratura del vero che ci ha tramandato i tratti profondi di una certa società contadina che fu e che non tornerà più. Il servo che dorme in cucina, sul pavimento; la padrona che si aggira scalza per la casa e bada in prima linea alle faccende domestiche; il vecchio padrone ozioso e amorale. E, al disopra di tanta figura squallida, un Dio solidamente presente e, nei suoi confronti, tanto di verità da accettare, riti da osservare, voti da sciogliere e peccati da espiare.

Ho osservato che a Grazia Deledda piace inserire le pietre erette dall’uomo, e soprattutto le chiese, in continuità con il paesaggio rurale, come a significare la particolare comunione che esiste tra la civiltà contadina e la creazione. Penso che sia il suo modo di rendere presente tra gli uomini la divinità e eterni i monumenti ad essa innalzati. Anche La via del male offre qualche esempio di questo accoppiamento chiesa-natura: “Il più delle volte pranzavano all’aperto, sotto una quercia, e dopo il pasto i due sposi vagavano per la tanca, visitavano gli ovili vicini, talvolta si spingevano fino alla chiesetta dello Spirito Santo, solitaria e nera come una roccia tra il verde dei campi silenziosi” (p. 157).

Bucolico, non è vero? Eppure la tragedia è in agguato, l’efferatezza dell’uomo sta per misurarsi con l’ordine di Dio. No, non ci troviamo in una novella sentimentale. Anzi, niente più lontano da questo romanzo che il sentimentalismo, perché qui siamo in campagna e quindi tutto è vero: l’amore è verità, la passione è verità, il male è verità, la coscienza è verità.

Bernanos ha detto, mi sembra (o forse Péguy?), che la scomparsa della civiltà contadina è la grande tragedia del mondo contemporaneo: una tragedia che secondo lui sarebbe paragonabile alla crocifissione di Cristo, soltanto che la civiltà contadina non ha voce per lamentarsi, per gridare al cielo, a squarciagola: “Dio mio!, perché mi hai abbandonato?”. Dopo la lettura del romanzo della Deledda, capisco un po’ meglio il senso della frase.

venerdì 31 dicembre 2010

Che vogliamo fare della nostra società

Nei primi mesi del 1939, T.S. Eliot ha pronunciato alcune conferenze a Cambridge che, dopo una veloce rielaborazione, ha pubblicato, quello stesso anno, con il titolo L’idea di una società cristiana. Titolo iperpreciso: “società”, perché Eliot, lasciando da parte l’individuo, si sofferma soltanto sull’insieme della collettività; “cristiana”, perché ritiene eufemistico chiamare altrimenti (neutra, per esempio) una società che, se cristiana non fosse, potrebbe essere soltanto pagana; e in primo luogo “idea”, perché il libro ha per oggetto il cosa, non il come, cioè un certo modello di società cristiana, ma non i mezzi per raggiungerlo.

Ricordo, a questo punto, quella domanda che hanno fatto a Gandhi una volta, nel 1930, proprio in Inghilterra: “Che ne pensa della civiltà occidentale?” Gandhi ha risposto subito, ironicamente: “Sarebbe una buona idea”. È una battuta che forse andrebbe rivolta a Eliot, troppo idealistico, infatti, come dico, nella sua visione della società cristiana.

Comunque Eliot, mentre lavora, nel 1939, alla stesura del suo programma di società cristiana, non sta pensando a Gandhi, ma piuttosto a Hitler. Pochi mesi prima, nella conferenza di Monaco, le potenze teoricamente radicate sui valori cristiani (cioè le democrazie) sono state umiliate dal paganesimo totalitario: una resa infamante il cui motivo profondo, sostiene Eliot, va cercato nello smarrimento dei sacri principi della società cristiana. “Non potevamo opporre una convinzione ad un’altra, non avevamo idee che potessero farsi incontro né opporsi alle altre che ci stavano di fronte”.

Sia chiaro, Eliot non strumentalizza la religione. Lui è un credente serio e considera il cristianesimo anzitutto come verità a se, e solo secondariamente come base morale. “Giustificare il Cristianesimo perché esso offre una base morale, invece di dimostrare che la morale cristiana è necessaria perché il Cristianesimo è verità, è un’inversione di termini pericolosa”, afferma.

Il linguaggio è a volte un po’ datato, naturalmente. E non soltanto il linguaggio. Ma non è datata forse la Politica di Aristotele, con la sua giustificazione sbrigativa della schiavitù, per esempio? Eppure continua a essere un punto di riferimento per la riflessione morale e politica. Qualcosa di simile succede, secondo me, con l’”idea” di Eliot. Infatti del libro esistono traduzioni recenti, per esempio quella di Gribaudi (io però l’ho letto in una vecchia versione di Edizioni di Comunità del 1948).

La società di Eliot, articolata su uno Stato cristiano, una comunità cristiana (massa) e una “Comunità dei cristiani” (élite intellettuale), può sembrare una riesumazione del Medioevo, ma non lo è: in realtà, suggerita com’è da uno dei maggiori testimoni del desolato (waste, per usare le sue parole) secolo XX, è una proposta ricca di spunti per un dibattito che potrebbe essere molto fecondo su cosa vogliamo fare della società.

venerdì 17 dicembre 2010

Historias tristes

Con Hemingway y Dos Passos, en la escena literaria americana irrumpe en los años treinta John Steinbeck (1902-1968). Los tres repudian el felicismo insensato de los años veinte representado por Scott Filzgerald, y el público, que ha sufrido en la carne la crisis de 1929, les concede enseguida su favor.

Steinbeck, futuro premio Nobel (1962), será el poeta de los desheredados. Los títulos que le harán famoso, Ratones y hombres (1937) y Las uvas de la ira (1939), son historias de miseria que postulan la redención material del hombre como requisito de su redención moral.

A la vez, Steinbeck es el poeta de la fatalidad, del destino aciago. La perla (1947), una novela corta con la que muchos nos hemos iniciado, de muy chicos, en la literatura americana, presenta la fortuna como fruto prohibido en el jardín del pobre. Lo mismo se puede decir de Las praderas del cielo (1932), una novela compuesta por una docena de relatos.

Las praderas del cielo (Ediciones de Viento, 2007) es como un Spoon River en formato novela: cada historia es independiente, pero todas están localizadas en una misma comunidad, Las Praderas del Cielo, en California, y muchas tienen personajes en común (Pat Humbert, los Munroe, la maestra Molly Morgan...), aunque cada personaje es protagonista como máximo de una (es decir, en el resto tiene sólo un papel secundario).

La crónica de Las Praderas del Cielo es una reata de frustraciones: es la crónica de la fatalidad, como ya he dicho. Y sin embargo, el nombre del lugar está en relación con el salmo que reza “El Señor es mi pastor..., en verdes praderas me hace reposar”. Sus personajes son a veces ingenuos y a veces ruines, pero en ellos hay también grandeza: son pioneros y tienen todo un mundo que levantar, y esa misión, más implícita que declarada, se descubre nítidamente como telón de fondo de las diferentes historias, en admirable armonía con la mezquindad de los propósitos personales de cada hombre y de cada mujer.

Me gusta el ritmo fluido y desenfadado de la narración: “A George no le importó la epilepsia. Sabía que no podía tener todo lo que quería. Myrtle se convirtió en su esposa, le dio un hijo, y después de tratar de quemar su casa en dos ocasiones, fue encerrada en una pequeña prisión particular llamada Sanatorio Lippman, en San José”.

Lo confieso: también me gusta que las historias acaben mal. Las praderas del cielo es un álbum de fracasos, de sueños ingenuos que se estrellan con la realidad: es una inevitable sucesión de finales tristes, inapelables, catárticos.

martedì 30 novembre 2010

Al menos, pensar

Si el teatro tuviera hoy el peso que ha tenido en épocas menos prosaicas, como la de Esquilo o la de Shakespeare, tal vez Antonio Buero Vallejo (1916-2000) sería tenido por el mayor escritor español del siglo XX.

El sueño de la razón, que recientemente ha sido publicado en la colección Austral (Espasa-Calpe, 2009), es un drama de Buero Vallejo sobre Goya. Estrenado en 1970, fue inevitablemente visto, interpretado, escrutado en clave política. “El sueño de la razón produce monstruos”, había sentenciado Goya en su inquietante aguafuerte, desafiando al oscurantismo borbónico. Y siglo y medio después, Buero Vallejo volvía a proclamarlo en la España de Franco.

Por desgracia, el problema no es sólo político, y por eso hoy, en nuestra democrática Europa, la razón sigue aletargada en muchos espíritus. O al menos, esa impresión me da. A alguno le parecerá un detalle poco significativo, pero a mí me decepciona ver que la gente, cuando va sola por la calle, está más dispuesta a sumirse en la música de su ipod que en la de sus pensamientos.

¡Y a mí que me gusta pensar! No me refiero, entiéndase bien, a teorizar sobre cosas abstrusas. Hablo de contemplar y contemplarse; de reflexionar sobre lo que pasa y poner en discusión la propia vida; de considerar el mundo, y el creador del mundo, desde la atalaya íntima del yo.

En algunas escenas de El sueño de la razón, Buero Vallejo se ha servido de un recurso de gran efecto que la biografía de Goya justifica: el silencio. Y así vemos a Goya que agita violentamente una campanilla de la que no sale ningún sonido, pero a cuyo reclamo acude una criada. Vemos luego a ésta mover los labios sin que de ellos salgan palabras. A algo parecido se asistía ya en una de las primeras obras de Buero, En la ardiente oscuridad, en la que en cierto momento se apagan todas las luces de la sala y la ceguera de los protagonistas se convierte, para los espectadores, en una experiencia física.

En El sueño de la razón es la sordera de Goya lo que Buero quiere que el público comparta por un momento. Pero esa sordera no es un límite: al revés, es la inmunidad al ruido exterior, al bombardeo constante de incitaciones ajenas que tantas veces sofoca la interioridad.

Para pensar, es decir, para hacer precisamente eso que es propio de nuestra condición de seres racionales —para ser nosotros mismos, en definitiva—, es necesario un mínimo de interioridad, de estar solo con uno mismo, y eso hoy en día se ha convertido casi en un lujo de pocos. “No hay nada tan duro como tener que estar solo; no hay nada tan bello como poder estar solo”, dijo Hans Krailsheimer, alguien del que sólo conozco esa frase, pero que aunque sólo sea por ella merece respeto.

Pensar: es lo mínimo, ¿no? A mí eso me parece. Sobre todo, es que si no la alternativa es realmente monstruosa.

lunedì 15 novembre 2010

Un racconto latitante di Katherine Mansfield

E quindi tutte le raccolte italiane di Katherine Mansfield sono incomplete: a tutte manca, almeno, un pezzo. Ricordo in particolare quella di Newton & Compton intitolata Tutti i racconti, supereconomica, in traduzione di Maura Del Serra: anche ad essa manca Coraggioso amore, che solo pochi mesi fa, per i tipi dell’editore Manni, ha visto finalmente la luce in Italia, pubblicato come racconto a se.

Coraggioso amore è rimasto inedito per anni e anni perché, eccezionalmente, non è stato consegnato dalla Mansfield, alla fine dei suoi giorni, al marito John Middleton Murry, editore insaziabile dei suoi resti manoscritti, ma all’amica Ida Baker. Questa amica sua non doveva essere altrettanto amica del marito, visto che si è tenuta il segreto per sé e soltanto dopo che lui è morto (1957) lo ha divulgato. Si arriva così al 1974, mezzo secolo dopo la morte dell’autrice, quando finalmente Coraggioso amore (Brave Love) compare in una edizione aggiornata delle Collected Stories of Katherine Mansfield. In Italia però nessuno lo traduce fino al 2009.

Coraggioso è l’amore del candido, generoso Mitka per la subdola Valerie. Coraggioso ma condannato al fallimento, anzi alla tragedia: inevitabilmente Valerie farà il passo dalla falsità alla crudeltà, e Mitka dall’ingenuità alla pazzia. Questa è la storia, in estrema sintesi.

Un finale troppo facile, dirà qualcuno: una storia così la scrive anche un dilettante...

Be’, sì e no. È vero che questa storia —come Marco Sonzogni, nell’introduzione del volume, ricorda a più riprese— grida dappertutto la sua incompiutezza, la sua stesura soltanto provvisoria. E in questo senso, pur tenendo testa, per stile e per capacità di suggestione, ad altri pezzi di bravura della Mansfield, è una storia che difetta di proporzione, di misura, di quella grazia con cui, per esempio, Il Signor e la Signora Colombo, un racconto per tanti versi simile, trova la strada della conclusione.

Ma ecco, poi c’è lo stile, i lampi di genio che lasciano meravigliato anche il lettore meno sensibile. Pensare che un qualsiasi autore di serie B avrebbe potuto scrivere un racconto come Coraggioso amore è un’ingenuità degna di Mitka: “«Sei stanca, Valerie.» «Sì, credo di esserlo un po’. È il sole.» E Mitka si vide all’improvviso come un immenso gigante che prendeva il sole e lo scaraventava via perché splendeva su Valerie con troppa intensità”.